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Profili di Campioni

E il tennis non fu lo stesso: Venus & Serena Williams

10/03/2010
Serena Williams a Roland Garros 2010 - Foto di Marco Mazzoni

“Ben presto le mie figlie Venus e Serena saranno le prime due giocatrici del mondo. I più grandi tornei, Wimbledon e lo Us Open, se lo giocheranno loro. Ogni anno”. 

Nei primi anni ’90 le parole di quest’omone burbero, tale Richard Williams, apparivano quelle di un pazzo, o di un ottimo venditore di fumo. Eppure lui ci credeva, eccome. Vederlo in un campo pubblico nel ghetto di Compton, profonda periferia di Los Angeles, brandendo la racchetta con la stessa destrezza con cui un carpentiere (non me ne voglia la categoria) armeggerebbe un violino provocava a dir poco ilarità. Sono passati quasi vent'anni. Aveva ragione lui. Visionario, missionario secondo alcuni; mentecatto e padre-padrone secondo altri. Però le sue figlie hanno dominato il nostro sport per quasi una decade, schiantando la concorrenza. Dal 2001 al 2003, nel loro picco massimo di rendimento, hanno disposto delle rivali più o meno a loro piacimento, tanto da giocare una valanga di finali Slam, molte una contro l’altra. Il copione è rimasto lo stesso finché il tennis è stato la loro vita. Poi è subentrato un certo rilassamento, la priorità ad altri interessi e qualche problema fisico, tanto che nuove protagoniste si sono inserite (per fortuna...). Però quando dicono “ok, alleniamoci” non ce n’è per nessuna, perché il loro avvento ha letteralmente alzato l’asticella della competizione al femminile. Dopo il riassunto in stile Bignami, cercherò di raccontare la vita un po’ strampalata della famiglia Williams, figlia di tutte le aberrazioni della società Usa, dove il mito del “fai da te” è ancora un modus operandi oltre che un’ispirazione. Ancor più se un destino non proprio tenero ti fa crescere in uno dei sobborghi più violenti e degradati d’oltreoceano. Venus e Serena più che sognare gite al parco dovevano stare attente a non finire in qualche sparatoria. 

Droga, violenza, furti. Questo il pane quotidiano col quale la famiglia di Richard e Oracene Williams era costretta a convivere. Un destino segnato dalla miseria per quasi tutti gli abitanti di quel “barrio” dimenticato da Dio. Non per l’ambizioso papà Richard, che aveva già programmato tutto. La sua famiglia avrebbe presto abbandonato quell’inferno grazie allo sport. Ancor prima di mettere al mondo la sua prole, aveva già in testa un chiodo fisso: il tennis. Almeno un figlio sarà un campione, meglio due. Il destino porta ben 5 figlie in dono ad Oracene. E’ necessaria una “selezione naturale” per vedere quali fossero le più reattive a recepire la sua missione. Con metodi rozzi, oltre il limite del Telefono Azzurro, Richard impose un regime di vita insostenibile per trovare la coppia giusta. Senza possibilità di fallire. Venus, Serena, Isha (oggi avvocato), Lyndrea (esperta di computer, ma anche attrice e cantante) e la sfortunata Yetunde (uccisa in un accidentale scontro a fuoco il 14 settembre 2003 a Los Angeles), oltre a mamma Oracene, testimone silenzioso; questa la famiglia amministrata in modo dispotico dal burbero papà. Anni difficili. Animati dalla fede profonda nei Testimoni di Geova avanzano a testa bassa. Ancora oggi le due Sisters non parlano volentieri di quegli anni, sono ferite rimarginate a fatica. Animate da una forza taurina reggono allenamenti non solo stressanti, ma poco ortodossi. Il padre non sa molto di questo sport, però intuisce un fatto elementare. Ha due figlie potenzialmente selvagge sul piano fisico; assistendo ai migliori match del circuito in tv, si chiede: qual è il modo più facile per fare il punto? Prendere subito l’iniziativa, tirando a tutta. Concetto del tennis un po’ banalizzato, ma elementare, come 1+1=2. Ecco la via maestra da seguire. Decide di allenare le figlie da subito sul servizio, tanto che già da piccole erano capaci di raggiungere velocità sconosciute alle donzelle. Inoltre, incantato dalla grinta e anticipo della Seles, imita il suo modo di stare in campo, ma sostenuto da un atletismo proprio degli afroamericani. 

Con questi semplici insegnamenti modella le figlie, sottoponendole ad allenamenti al di fuori di ogni canone tecnico. Posizionandosi a un metro dalla rete, tirava continue pallate alle due piccole con più veemenza di una macchina sparapalle, costringendo le due malcapitate a rispondere coi piedi sulla riga del servizio. Più che studiare colpi era un'autodifesa dalla furia del papà. Senza un vero maestro se non la tv, impararono una tecnica poco ortodossa ma del tutto funzionale ad aggredire la palla senza mai attendere, un vero e proprio “assalto alla diligenza”. Nel '90 un passaggio importante: la famiglia si sposta da Compton a West Palm Beach, dove le due giovani entrano nella accademia di Rick Macci. Anche se il padre Richard è solito attribuirsi tutto il merito, in realtà quest'esperienza fu fondamentale. Macci è uno vispo, intuisce subito un potenziale mai visto. Non si contano gli scontri tra il coach e Richard, su tutta la linea; però i due, pur mal sopportandosi, capiscono che hanno bisogno l’uno dell’altro. Le piccole crescono lavorando duro ma senza esser trattate come professioniste, mai. Non massacranti tornei junior, secondo Richard inutili; ha insistito perché studiassero mantenendo la loro “innocenza” giovanile, seppur in mezzo a contraddizioni assolute. Una via tutta sua insomma ...chissà se loro ci hanno capito qualcosa di quegli anni. Nel '95 il rapporto con Macci si interrompe, Richard riprende il controllo. Delle Williams già si parla negli Usa, perché a livello locale soprattutto Serena è un portento, tanto da diventare n.1 nel ranking della Florida (quello più importante); ma sono due oggetti misteriosi, giocano poco concentrando tutto lo sforzo nell’allenamento fisico e tecnico, pensando soprattutto a servizio, resistenza, aggressività. Di loro in manifestazioni importanti come l’Orange bowl non c’è traccia. In quei giorni si diceva che l’enorme battage che ruota intorno alle due sia stato costruito ad arte dal padre per ricavarne qualche soldo, ma che saranno un bluff al pari di altre giovani speranze afroamericane. Altro errore. 

Ogni volta che si attacca the family, il team Williams si compatta magistralmente. Richard ha sparato a zero su tutti, sentendosi bistrattato perché nero. Ha sempre negato le figlie ai tecnici USTA perché discriminate. “Siamo scomodi perché neri” tuonava dal suo pulpito, inimicandosi tutti, “ma quando arriveranno sul circuito glielo faremo vedere noi”. Non si contano le frasi minacciose rivolte ai cronisti, a chiunque gli capitasse sotto tiro. Il tasto razziale, nervo scoperto per la contraddittoria società americana, risuonerà più volte. Ristoranti che non frequentavano perché “i camerieri sono tutti neri, i clienti bianchi”, anatemi contro gli organizzatori di mezzo mondo, Indian Wells su tutti, torneo “totalmente razzista, come il suo pubblico composto solo da 70enni bianchi, ricchi e bigotti”. La diplomazia non è mai entrata nel loro lessico e le figlie raramente si sono schierate in una posizione perlomeno neutrale. Una remissività che ha fatto apparire le loro uscite come costruite a tavolino. E non parlo del campo da gioco, anche se per anni si è insinuato che tra le due ci fossero accordi pre-match, guidati ovviamente dal papà. Purtroppo i loro scontri hanno spesso alimentato queste maldicenze. Arrivarono a scegliere il loro calendario programmandosi per non giocare gli stessi tornei, Slam esclusi. “Non possiamo vincere solo noi...” diceva Serena ridendo. Nel ’97 arriva il primo acuto di Venus, la semifinale a New York. L'impatto di Serena col tour è più difficile, è meno paziente e sparacchia via. Però è lei ad alzare il primo Slam, Us Open nel '99. L’anno seguente sarà Venus a vincere Wimbledon, e sull’onda anche New York sarà sua. Le Williams sono ormai più che una minaccia per la Hingis, che guida il gruppo imponendo un tennis geometricamente perfetto, ma tutt’altro che potente. Martina capì da subito che le due Sisters l’avrebbero disarcionata, proprio come uno dei purosangue ribelli che amava cavalcare. Troppo potenti i colpi di Serena, troppo agile e aggressiva Venus. Avvenuto il sorpasso, Martina poco dopo s’è ritirata. A pensar male si fa peccato, ma... 

Dal 2002 le Williams sono le dominatrici del circuito. Quando scendono in campo la finale più probabile è proprio lo scontro in famiglia. Un record irripetibile dice tutto: dal Roland Garros 2002 all’Australian Open 2003 Serena e Venus hanno giocato una contro l’altra quattro finali consecutive Slam, con quattro vittorie di Serena. La “piccola” ha vinto più scontri diretti e più titoli dello Slam (13 a 7), ma Venus più tornei. Chi è stata più forte delle due? I numeri dicono Serena, e forse anche il campo, ma Venus ha sofferto più problemi fisici. Venus è una gazzella che domina il gioco con un servizio super, però sul diritto ha sempre pagato una meccanica d’impatto macchinosa. Serena ha colpi più penetranti. Venus vanta cinque vittorie a Wimbledon, dove esprime al meglio il suo gioco d’attacco, felina per come riesce a trovare lo scatto verso la palla in equilibrio. Serena è un carro armato. Non ha una lacuna importante ed è un killer per come usa al momento giusto le sue armi, incutendo timore con una presenza che va oltre alla stazza da “Tyson”. E' tutt'ora il peggior incubo del circuito, si rischia di esser sbranati. L’unico punto debole di Serena è la mobilità sul contropiede, non essendo un mostro di elasticità (vedi i problemi contro la Henin); ma sa ovviare non cadendo mai in difesa. Come eleganza Venus batte la sorella 6-0 6-0. Scegliete voi chi preferite. Il mio cuore dice Venus, la testa Serena. 

Le due Sisters dominano per qualche stagione il tennis, soprattutto negli Slam, meno nei tornei del circuito. Hanno sempre centellinato le apparizioni visto che la loro carriera si è basata sulla massima efficienza fisica. Non è quindi un caso che dal 2004, vittime di qualche rottura per il logorio di 6-7 anni di carriera, unita a una minor “fame” e ai vari interessi fuori dal campo, il numero delle vittorie sia diminuito. La continuità non è mai stata un obiettivo, lasciandola alle altre. La Sister di turno è la star, quella che sale in cattedra per l’assolo che lascia a bocca aperta. Nessuno nell'era contemporanea ha raggiunto il loro livello, perché le Williams hanno elevato i “giri al minuto” del tennis rosa. Serena e Venus hanno incarnato quello che in precedenza altre campionesse avevano esplorato per prime, riuscendo però ad eccellere solo in un aspetto. Graf era un’atleta pazzesca, dotata di un diritto inarrivabile; Seles ha portato alti ritmi e aggressività; Hingis dominava il campo tutto in anticipo, usandolo in ogni centimetro; Davenport usava il servizio per prendere l’iniziativa e chiudere il punto sull’uno-due. Tutte però erano lacunose in qualche aspetto tecnico, e nessuna si può nemmeno avvicinare alle figlie “dell’orco” come potenza. Scacco matto. Le Williams hanno creato un mostro sportivo, elevando tutto ad una velocità, potenza, angoli e ritmo così folle da trasformare il tennis femminile in qualcosa di disumano (almeno in certi momenti). Un mostro che alla lunga ha finito per divorare loro stesse, perché dopo di loro tutto il lotto, per cercare di rincorrerle, ha dovuto adeguarsi, portando tutto all’estremo. Aggressività estrema, accelerazioni estreme. Logorio estremo. Dopo il loro avvento nessuna tennista è durata, tutte esplose perché spinte troppo oltre. Dopo le Sisters niente è stato più lo stesso. La palla (grazie anche a materiali sempre più performanti) viaggia più veloce della capacità fisica di recupero di una donna, che a una accelerazione riesce a rispondere, alla seconda arriva a malapena, alla terza resta ferma a guardare. 

Non è elegante far passare le Williams come quelle che hanno rotto il giocattolo, ma gli indizi portano a questa sentenza. Loro stesse alla fine non sono riuscite a reggere se non a sprazzi. Però tra le colleghe c’è una convinzione: quando Venus e soprattutto Serena è al meglio, non ce n’è per nessuna. Questa in estrema sintesi la carriera sportiva. Mille sarebbero le curiosità da raccontare. Nel '98 se ne uscirono con “noi sconfiggeremmo il n.200 ATP”. Detto fatto. Fu organizzata un'esibizione durante gli Australian Open. In quel momento il 200 maschile era Karsten Braasch, bizzarro tedesco, non tanto per il suo aspetto da sindacalista anni ’70 o la sua tecnica di gioco personale, quanto una condotta al limite. La leggenda dice che scese in campo, come suo solito, con qualche birra in corpo e dopo aver fumato un pacchetto di sigarette, accendendosene qualcuna ai cambi di campo. Rifilò 6-1 a Serena e 6-2 a Venus... Serena è l’atleta donna che ha guadagnato di più nello sport. La seconda? Venus naturalmente. A livello di sponsor personali invece la spunta Venus, che incarna un’immagine più elegante. Venus ama la moda, tanto che ha studiato design ottenendo nel '07 un diploma presso la Art Institute of Fort Lauderdale e ha creato una joint venture con la catena Steve & Barry’s. Serena è più aggressiva. Fece scandalo la “mise” sado-maso usata in una sessione serale degli Us Open: busto e gonnellino di pelle nera e scarpe da gioco simil stivali da dominatrice. Sta entrando nel business delle unghie finte con tanto di corso per callista; e non si tira mai indietro, nemmeno per campagne pubblicitarie “scomode” come quella della Tampax. 

Tra i mille affari in cui sono coinvolte una dei più curiosi è la loro detenzione di quote della franchigia NFL dei Miami Dolphins, prime donne e prime afroamericane in tutta la lega. Le migliori? Si. Però non ho amato il loro modo di interpretare il gioco. Vincente, a tratti altamente spettacolare. Ma con loro s’è persa un po’ di poesia. Con la rara potenza ed aggressività che scaricano su ogni palla è morta quella femminilità che nel tennis era spesso terribilmente intrigante. Match tattici oggi sono rari, perché si gioca a schiacciare la rivale a suon di pallate, come le Sisters hanno imposto. Inoltre le loro sfide, soprattutto nelle grandi occasioni, hanno spesso deluso. Sguardo basso, tennis monocorde solo a cercare gli stessi schemi, pathos ridotto al lumicino. Ho ammirato tanta bellezza sportiva negli slanci verso la rete di Venus, o nei diritti in progressione di Serena. Ma quando hanno incrociato le racchette il teatrino sapeva di replica, non di showtime. 

---- Welcome to the jungle, il ghetto di Compton ---- 

Chissà se Axl Rose, leader della band losangelina Guns 'n Roses, ha pensato a Compton quando ha scritto il brano “Welcome to the jungle”. Il Ghetto in cui sono cresciute le sorelle Williams è un sobborgo di LA, a sud della metropoli. Sfiora i 100mila abitanti, o meglio, poveri. Solo negli ultimi anni c'è stato un timido inserimento della middle class grazie alla “tollerance zero”. Una repressione necessaria perché a Compton regna il far west metropolitano. Storicamente è un quartiere “nero” ma ormai i chicanos hanno superato gli afro, e la convivenza non è pacifica. Le gang giovanili seminano il panico fin dentro le scuole, ove i giovani sono armati... Secondo la FBI, Compton è il 14esimo luogo più pericoloso degli States. Porto franco dei relitti urbani, che qua trovarono riparo ieri, e dei narcos messicani oggi, con la polizia che entra con timore in certe vie. Sul finire degli '80 era famoso il movimento dei “gangsta rap” di Compton (N.W.A. e Eazy-E), con durissime canzoni inneggianti contro la polizia, corrotta e violenta. 

Nel 2005 si registrarono 89 omicidi, con il tasso più alto del paese, tanto si tentò si far “deporre” le armi al pueblo con “un premio per la tua pistola”: chi consegnava la propria arma (clandestina) era ricompensato da 100 dollari. L'impatto mediatico fu forte, ma il risultato scarso perché “una 22 mm ti difende più di un assegno”. Serena: “Se riesci ad emergere in mezzo a cattivi odori, spari di pisola, sirene della polizia senza cadere nella droga o nelle gang, vuol dire che sei speciale”. Venus ricorda uno scontro a fuoco accanto al campo, con i bossoli esplosi che rotolarono arroventati sino al net. Passato lo choc, papà mandò avanti l’allenamento e poi via per un gelato nell’unico angolo pulito del quartiere. Un ricordo che fa ancora intenerire le sorelle, ma che in noi lascia un senso di vuoto e perplessità. (articolo pubblicato sul numero di Maggio 2008 della rivista 0-15 Tennis Magazine)



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