
Sporco, brutto e cattivo, la classica definizione del Bad Boy. Tutto
questo è Andy Murray, o forse no. Di sicuro irascibile, duro, senza
peli sulla lingua nella sua vis polemica che esterna di getto, da ragazzo
spontaneo, senza compromessi. L'opposto di Tin Henman, il bravo ragazzo
sempre sorridente e politically correct in pieno stile Oxfordiano, il
maritino ideale per tutte le figlie. Eppure Andy ha tutto per sfondare
al massimo livello sia in campo che fuori, facendo breccia nel cuore
volubile e appassionato dei sudditi di sua maestà, ancor più di Timbledon,
che purtroppo sta appendendo la racchetta al chiodo senza aver vinto
in carriera niente di veramente epico, come i tifosi inglesi sognavano
dopo 70 anni di vacche magrissime.
Inglesi, no, British. Non chiamate Andy inglese, perchè vi guarderà
con lo sguardo ancor più torvo del solito, sotto quel cesto ispido di
capelli rossicci sempre spettinati e indiavolati. Murray è orgogliosamente
scozzese, sbandiera la sua provenienza con patriottismo totale, tanto
diventare idolo assoluto di coloro che lottano per l'indipendenza culturale
scozzese, come il mitico Sean Connery che lo ritiene "uno di noi". Un
"Braveheart" moderno con la racchetta (non a caso dichiara Andy che
la pellicola di Gibson è nettamente il suo film preferito), che entra
spesso e volentieri in polemica con la parte inglese del suo paese,
appena se ne presenta la possibilità, esternando tutta la sua grinta
e provocando la rabbia dei giornalisti inglesi, che non mancano occasione
di coprirlo di insulti. Clamoroso il caso dei mondiali di calcio 2006,
in cui a precisa domanda su chi tifasse in occasione della rassegna,
rispose stizzito "spero che vincano tutti fuorché l'Inghilterra". Apriti
cielo, proprio durante Wimbledon... Centinaia le email minacciose ricevute,
ma niente più che cicatrici di guerra da mostrare agli amici per lui.
Anche con la federazione gioie e dolori. Andy da un lato collabora con
l'istituto nazionale che gli ha affiancato un coach esperto come Brad
Gilbert (del quale si dirà più avanti) contribuendo a pagarne parte
dell'oneroso cachet; dall'altro non manca occasione per sparare velenose
frecce contro il palazzo, un'orda di incapaci che hanno rovinato il
fratello Jamie, anche lui tennista di un anno più grande; segue il licenziamento
dopo pochi mesi di lavoro dell'ex giocatore Petchey che gli era stato
assegnato come coach, poi gli errori in Davis, critiche a trasferte,
alle carenti strutture che lo "costrinsero" ad emigrare in Spagna per
crescere tennisticamente, addirittura critiche alla scelta delle palle
che lo mandano fuori palla durante gli allenamenti in patria nei centri
federali! Federazione che più di una volta ha preso dure posizioni contro
questi assalti verbali, multandolo in modo esemplare dopo le escandescenze
in Davis passate in diretta nazionale sulla pudica BBC. Pubbliche scuse
da parte di Murray? Macché, Andy rincara la dose affermando di vergognarsi
per una prestazione "pessima, abbiamo giocato come donnicciole". Insomma,
un personaggio ingombrante, rissoso e scomodo, ma dotato di un talento
che non si vedeva da tanti anni tra i ragazzi British, e quindi da tutelare
e aiutare per farne spiccare il volo.
Gongola McEnroe, che lo elegge tra i suoi preferiti per il personaggio
ma anche per qualità tecniche. E non solo lui. Sua Maestà Federer l'ha
eletto a sicuro campione del futuro dopo la finale del torneo di Bangkok,
giocata nel 2005 e che ha rivelato Murray al grande pubblico, e poche
volte Roger sbaglia le sue valutazioni. Andy però deve ancora maturare,
molto, a 360°. Si dice nell'ambiente che preferisca giocare ore ed ore
alla sua amatissima Playstation piuttosto che sputare sangue in campo,
ama perdersi nella musica col suo Ipod e magari "fuggire" per serate
intime con la sua splendida girlfriend. Ecco spiegata la scelta (azzeccata)
di affiancargli Brad Gilbert come coach, uno che ha saputo inculcare
il dogma del lavoro e dell'umiltà ad un certo Agassi, facendolo diventare
un campione vero ed una persona stimata da tutti dopo una giovinezza
a dir poco movimentata. Dove ricercare questa spigolosità di carattere
di Murray? Una parte è innata, proveniente dal suo sangue scozzese,
ribelle per natura. Pare che la madre Judy, maestra di tennis che lo
avviò al suo sport insieme al fratello quando aveva 3 anni, sia un po'
ingombrante e ne alimenti il caratterino poco docile. E chissà che la
tragedia che Murray ha sofferto in infanzia non abbia lasciato qualche
scoria dentro la sua testa, se è vero quel che affermano gli psicologi,
che i traumi infantili segnano per sempre il carattere.
Era il 13 marzo 1996, un giorno come un altro, piovoso nella sua Dunblane,
piccolo centro nel nord della Scozia, paesello meta di pochi turisti,
di passaggio. Andy aveva solo 8 anni, e frequentava la scuola primaria
insieme al fratello. La morte arrivò improvvisa in quel quieto istituto
per mano di Thomas Hamilton, un 43enne disturbato che mise in scena
la sua vendetta contro le istituzioni locali, ree di averlo allontanato
dal gruppo scout che coordinava per via dei suoi modi violenti di trattare
i bambini, e accuse poco velate di pedofilia. Armato come Rambo, fece
irruzione nella palestra della scuola, freddando in pochi minuti 16
poveri bambini, un insegnante e ferendo una dozzina di altri studenti,
prima di suicidarsi sparandosi un colpo in bocca con la sua pistola
Browning. La peggior strage che si ricordi nel Regno Unito, un dramma
nazionale che ha segnato per sempre la coscienza Inglese e la cittadina
di Dunblane, ora "la città del Mostro". Andy era lì, visse quella sparatoria,
scampandola per merito di maestro che con un gesto eroico riuscì a sottrarre
dal fuoco del folle alcuni bambini, buttandoli di peso dentro la stanza
del preside, salvandoli dal tiro assassino del maniaco. Andy non ricorda
quasi nulla di quella tremenda mattinata, era piccolo ed è un classico
rimuovere i traumi dalla parte cosciente. Non parla volentieri di questa
pagina nera della sua vita, anzi, si stizzisce ogni volta che gli viene
ricordato, anche se sono frequenti le domande al riguardo. Ricorda solo
scene di pianto di tutti i compagni scampati al massacro, ricorda le
famiglie che correvano alla scuola a riprendere i bambini, l'invasione
dei giornalisti e delle tv nella quieta cittadina, le settimane seguenti
nel tentativo di tornare alla normalità. Cerca di chiudere nel cassetto
più lontano quel ricordo, ma appena vinse il suo primo importante torneo
(Us Open Junior nel 2004) dedicò alle vittime del massacro il successo,
"perchè voglio che Dunblane non sia più ricordata come la città del
Mostro".

Andy ha bruciato le tappe nella sua crescita tennistica. A soli 13 anni
vinse l'Orange Bowl, pur dividendosi tra tennis e calcio. Fece la scelta
definitiva per la racchetta quando i Glasgow Rangers lo scelsero per
la loro selezione giovanile, ed Andy rifiutò, volando in Spagna all'accademia
Sanchez-Casal, dove si formò anche tecnicamente. Vedendolo giocare infatti
non ha quasi nulla dell'archetipo del tennista erbivoro inglese. Murray
è un giocatore completo a tutto campo, visto che non ha lacune tecniche
particolari e sa governare con buona disinvoltura tutte le situazioni
di gioco. Non è un attaccante puro, nemmeno un giocatore di rete, tanto
meno un contrattaccante. La forza di Andy è quella di saper variare
ritmi, angoli e velocità di palla a seconda delle situazioni e dei rivali.
Cambiando continuamente le carte in tavola riesce a distruggere il gioco
di ritmo e pressione dei tennisti moderni, tutto corsa e potenza in
scambi serrati. Lo scozzese riesce con estrema disinvoltura a rispondere
a colpi liftati e potenti dei rivali con pallette di varia traiettoria,
altezza di parabola e rotazione, sia in back che piatto, o ancora liftato
montandoci sopra e dandoci dentro. Questo grazie ad una mano educata
e capacità tecniche sopra la media. Ricordo contro Nadal agli Australian
Open un match in cui trovò per oltre un ora un ritmo al servizio pazzesco,
degno dei migliori battitori del circuito, con cui riusciva ad aprirsi
il campo. Con facilità irrisoria governava gli spin avvelenati dello
spagnolo, caricando il drittone con un'apertura ampia e scaraventando
bordate sulle righe; allo stesso modo col rovescio, movimento corto
e molto composto, reggeva con disinvoltura il pressing ed accelerava
esplodendo lungolinea senza apparente sforzo, con gesta di "gattoniana
Mecir" memoria. Un oretta di tennis stellare, una lezione. Una oretta
appunto, perchè il principale limite di Andy oggi è la tenuta fisica
alla distanza che non gli permette di mantenere altissimo il livello
del suo gioco per molto tempo. Un longilineo come lui avrà difficoltà
a metter su molti muscoli, anche se ci stanno lavorando. Gilbert l'ha
subito indirizzato verso il rafforzamento della struttura muscolare,
tanto da farlo lavorare col pugile Amir Khan (Murray ama la boxe, soprattutto
il mitico Alì e l'inglese Ricky Hatton).

Murray è intelligente e versatile in campo, assistito dal miglior stratega
del circuito, quello che prende giocatori già formati e gli da quel
pizzico in più per limarne i difetti e farli rendere al loro 100%. Però
l'aspetto su cui Brad Gilbert deve assolutamente lavorare è sul "piano
2", cioè l'alternativa quando il game plan di Murray non funziona a
dovere. Andy è perfetto per stravolgere il gioco degli altri, variare,
mandare fuori palla, approfittando degli errori ed entrando in campo
per aggredire le palle interlocutorie dei rivali di turno. Però quando
questa tattica non rende, allora paradossalmente non riesce a dare una
svolta decisa, prendendo una strada che gli possa far girare il match
a favore. Con la sua buona intelligenza tennistica ed i mezzi tecnici
che possiede dovrebbe esser un passo naturale, invece ancora stenta
a far questo salto, decisivo. Esempi lampanti di questa situazione le
sberle rimediate in primavera sul duro americano contro Djokovic. Novak
giocò contro Andy in modo perfetto, con il suo forte pressing e le sue
accelerazioni micidiali. Andy provò a smorzare i ritmi, a variare angoli
e rotazioni, ma Djokovic riusciva sempre a spingere e prendere il possesso
del campo. Murray dimostrò i suoi limiti cercando sempre variazioni
inefficaci, cercando di rompere il ritmo, invece di provare un cambio
totale di rotta, come attaccarlo verso la rete o provare a giocar sul
ritmo anche lui, tennis che non è proprio ideale ma che possiede tecnicamente.
Pare un controsenso, ma è così: Murray ama far giocar male gli altri
con mille variazioni, ma quando questo non funziona, allora va in confusione
lui stesso. Segno di materiale ancora grezzo, da limare. Gilbert sa
di aver un marmo di Carrara purissimo da plasmare a forza di piccole
martellate, duro per la scorza scozzese ma fragile per i tanti infortuni
che subisce nonostante la giovane età. Quest'anno ha saltato tutta l'estate
per colpa di un guaio al polso rimediato contro Volandri ad Amburgo,
ed anche le caviglie sono delicate (tanto da proteggerle con appositi
tutori).
Nel suo metro e novanta ha apertura alare per dominare la rete, e tocco
interessante, ma preferisce giocar dietro e poi avanzare se necessario.
Scorie forse degli anni passati sul rosso ispanico, dove era chiamato
"el Flojo" per la sua indole pigra. Pochi come lui hanno un rovescio
bimane micidiale ed un back sicuro con cui variare i ritmi, un dritto
fulminante ed un tocco di palla delicato. Murray non ha ancora vinto
un grande torneo, solo un paio di acuti negli States in eventi di medio
livello. Il potenziale è enorme, il carattere da vincente, ha al suo
angolo il miglior coach del circuito, quindi le premesse per vederlo
competere per le vittorie negli slam ci sono tutte. L'ha dimostrato
battendo quasi tutti i migliori, Federer compreso l'anno passato. E'
pronto a spiccare il volo, alzare coppe e firmare autografi, tutti.
Si, Andy s'è ripromesso di firmare tutti gli autografi che i ragazzini
gli chiedono, poiché anni fa restò molto deluso da un distratto Agassi
che a Wimbledon gliene negò uno. Ruvido, ma dal cuore d'oro. (articolo
pubblicato sul numero di ottobre della rivista 0-15 Tennis Magazine)
