Accade spesso che guardando un bel match in tv, magari una
delle tante sfide recenti tra Nadal e Federer, uno dei commentatori
esplode dopo un gran punto: “Signori, questo è
miglior tennis di sempre!”. Chiaro che oggi si gioca
mediamente molto bene, soprattutto in rapporto alla clamorosa
velocità di crociera della palla, unita agli angoli ed alla
continuità dello sforzo profuso. Però, forse non
sono l’unico a cui questo tennis pare sempre più
disumano. Non è questo lo spazio in cui voglio parlare del
perché e del percome, delle racchette, delle palle, della
preparazione fisica e mille altre cose ancora. Guardiamo proprio alla
piacevolezza del gioco, al puro divertimento. Non siamo messi male, per
niente. Ma… “de gustibus non disputandum
est”. Con questo tennis così fisico, dominato
dalla potenza più che dall’estro, ci si diverte
ammirando a bocca aperta battaglie terrificanti, fatte di scambi
infiniti, taglia gambe, assassini. Pare la playstation! Alla fine oggi
non prevale quasi mai quello con più classe, ma
bensì quello più duro, tosto. Federer
è fuori categoria (che gli Dei del tennis ce lo conservino a
lungo, anche se pure lui pare un androide per continuità),
Gasquet è perso in altre faccende, Murray non è
male per come muove il gioco, ma Nadal e soci la fanno da padroni col
power tennis. Classe da campioni, intendiamoci, nel loro modo moderno
di interpretare il tennis. Chapeau. Ma è proprio assistendo
ad un match esaltante e durissimo come la recente semifinale di Madrid
tra Nadal e Djokovic, con scambi tanto accaniti da portarmi al mal di
testa, che mi manca McEnroe.
John, la mano mancina più
terrificante della storia, “the genius”. Unico,
inimitabile e irripetibile. Con lui sì che c’era
lo Show Time. Perché? Perché con Mac in campo non
sapevi mai quello che stava per succedere. Non un canovaccio ma
pennellate d’autore, animato dal talento più
cristallino (forse) della storia per tocco di palla e onnipotenza.
Tutta farina del suo sacco, perché non si può
insegnare a giocare come lui. Anzi, chissà quanti maestri
avranno perso la voce sgridando il giovane newyorkese alla Hopman per
la sua tecnica così bizzarra, estemporanea ma terribilmente
affascinante e soprattutto efficace. McEnroe era divertimento puro in
campo. Non parlo delle sue risse verbali e atteggiamenti da
monellaccio, anch’essi passati alla storia e parte
fondamentale del personaggio. Raccontiamo proprio il talento tennistico
il John, la sua unicità, quello che lo rendeva
così speciale e che gli consentiva di deliziare il pubblico
con giocate sopraffine, fatte di istinto, tocco, magia. Un sorta di
Picasso per come stravolgeva la canonica tecnica del gioco.
Vogliamo partire dal servizio? Yes, perché già
col solo movimento della sua battuta avremmo tanto da raccontare.
Partenza con i piedi allineati alla riga del servizio, dando la schiena
alla rete! Poi un lancio di palla abbastanza alto in avanti, con la
schiena che s’inarcava terribilmente, accompagnando un forte
piegamento delle ginocchia; il tutto per una torsione quasi laterale
che spingeva il corpo a scattare come una molla in avanti, avventandosi
sulla palla. John terminava quasi un metro in campo dopo
l’impatto, già in viaggio verso la rete, a
raccogliere incerte risposte ai suoi fendenti mortali. Con quella
personalissima esecuzione, Mac riusciva a trovare angoli incredibili,
soprattutto da sinistra in cui poteva sfruttare anche
l’effetto mancino (e da sinistra l’arco della
schiena era ancor più pronunciato). Inoltre con quel gesto
così anomalo era impossibile capire la direzione della
palla, rendendo arduo ribattere in modo aggressivo, anche
perché la palla spesso finiva sulle righe o giù
di li, con effetti vari dallo slice al kick.
Fu atleta naturale se ce
n’è stato uno, perché un comune mortale
si sarebbe spezzato la schiena dopo pochi anni di carriera, mentre il
50enne Johnny si diletta ancora oggi nelle sue scorribande tennistiche,
ed il servizio se non è quello dei bei tempi poco ci manca.
Tutto il suo tennis era imprevedibile, animato da gesti così
personali da renderne impossibile una lettura. Da fondo campo era
totalmente alieno alla tecnica classica. Colpi con apertura ridotta al
minimo, bloccando moltissimo il polso (altro mistero tennistico, la
forza del suo polso!). Meglio col rovescio che col dritto, esecuzione
in cui a volte perdeva la misura per come “non
terminava” l’esecuzione, quasi un eccesso di
anticipo. Anticipo, anzi quasi contro balzo. In un’epoca in
cui gli attrezzi costringevano tutti i migliori a lavorare col corpo
per accompagnare le esecuzioni, John colpiva di piatto, con un senso
sulla palla assoluto. Il tutto con le ginocchia praticamente distese,
soprattutto quando aggrediva la palla di rovescio. Braccio morbido, mai
la sensazione di sforzo, perché arrivava con un timing
perfetto cogliendo tutta l’inerzia della palla incidente,
restituendola alla stessa velocità ma con angoli acuti,
stretti, mortali. Un saltello per accompagnare lo swing e impatto
perfetto, palla che fila veloce e precisa. La sua velocità
d’esecuzione rendeva le giocate pazzesche, inimitabili. Se
Mac è passato alla storia per la battuta e il gioco di rete,
beh, riguardatevi un match contro Borg o Connors… non subiva
poi così tanto il pressing da fondo di questi due eroi del
tennis moderno, anzi. A rete dava il suo massimo. Eccezionale come
aggrediva la palla col corpo, sempre in avanzamento, mai passivo.
Racchetta ben davanti al corpo a dare tocchi magici, che variava con
totale nonchalance dalla chiusura lunga e precisa al beffardo tocchetto
sotto, che moriva appena al di là del net. Nessuno ha mai
toccato sotto rete con la sua sensibilità, nessuno.
Indifferente ricevere un passing poderoso o uno maligno, basso sotto la
rete, perché il controllo della sua Dunlop era assoluto, e
ci metteva del suo, anche fuori equilibrio. E della mezza volata ne
vogliamo parlare? Anche se superato dalla palla, la agganciava come un
falco, e mai usciva delle sue corde una difesa disperata ma una
soluzione consistente. La sua sensibilità fuori dal comune
era sempre sostenuta da un’elasticità muscolare
notevole, che gli permetteva di scattare come un felino e di reagire
all’istante ad ogni situazione di gioco.
Lo spettacolo che
McEnroe ha saputo regalare nei suoi momenti d’oro
è e forse resterà ineguagliabile nella storia
moderna del tennis. Ha reinterpretato il gioco come mai
nessun’altro, portando imprevedibilità e fantasia
alla massima potenza. Oggi si gioca bene, ma sai cosa aspettarti dal
Nadal o Federer di turno. Con John, ogni colpo era diverso
dall’altro, ogni magia ti lasciava a bocca aperta. Le
meraviglie del suo tennis derivavano dal suo Dna tennistico,
perché di allenamenti John ne ha fatti ben pochi.
Chissà che il segreto non sia proprio il non essersi
consumato in estenuanti sedute tecnico-atletiche, perché il
suo modo istintivo di stare in campo faceva tutto il lavoro da solo. Un
aneddoto di Wilander ci racconta un allenamento paradossale di Mac. Un
giovanissimo Mats fissa per l’indomani, alla mattina presto,
un campo di allenamento con John in America. Wilander è
quasi emozionato, arriva prestissimo e inizia il suo lavoro in campo.
In ritardo arriva John. Con flemma totale entra in campo caracollando,
guarda torvo il compagno, che inizia a palleggiare. Dopo 4 palle John
si ferma esclamando “Sono caldo”, e si avvia negli
spogliatoi di fronte ad un allibito (e imbufalito) svedese. Tra
realtà e romanzo, qua c’è tutto
McEnroe. Irripetibile, e non riproponibile. Vincere oggi giocando come
John? Teoricamente sì, ma contenere la potenza dei forzuti
moderni e governarne di tocco le folli rotazioni sarebbe come attaccare
una corrazzata armati di un fioretto. Forse John ci riuscirebbe lo
stesso…
Articolo pubblicato sul
n.38 di 0-15 Tennis Magazine
