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Profili di Campioni

John McEnroe, quando il tennis divenne Arte

15/07/2009


mcenroe a wimbledon


Accade spesso che guardando un bel match in tv, magari una delle tante sfide recenti tra Nadal e Federer, uno dei commentatori esplode dopo un gran punto: “Signori, questo è miglior tennis di sempre!”. Chiaro che oggi si gioca mediamente molto bene, soprattutto in rapporto alla clamorosa velocità di crociera della palla, unita agli angoli ed alla continuità dello sforzo profuso. Però, forse non sono l’unico a cui questo tennis pare sempre più disumano. Non è questo lo spazio in cui voglio parlare del perché e del percome, delle racchette, delle palle, della preparazione fisica e mille altre cose ancora. Guardiamo proprio alla piacevolezza del gioco, al puro divertimento. Non siamo messi male, per niente. Ma… “de gustibus non disputandum est”. Con questo tennis così fisico, dominato dalla potenza più che dall’estro, ci si diverte ammirando a bocca aperta battaglie terrificanti, fatte di scambi infiniti, taglia gambe, assassini. Pare la playstation! Alla fine oggi non prevale quasi mai quello con più classe, ma bensì quello più duro, tosto. Federer è fuori categoria (che gli Dei del tennis ce lo conservino a lungo, anche se pure lui pare un androide per continuità), Gasquet è perso in altre faccende, Murray non è male per come muove il gioco, ma Nadal e soci la fanno da padroni col power tennis. Classe da campioni, intendiamoci, nel loro modo moderno di interpretare il tennis. Chapeau. Ma è proprio assistendo ad un match esaltante e durissimo come la recente semifinale di Madrid tra Nadal e Djokovic, con scambi tanto accaniti da portarmi al mal di testa, che mi manca McEnroe.

John, la mano mancina più terrificante della storia, “the genius”. Unico, inimitabile e irripetibile. Con lui sì che c’era lo Show Time. Perché? Perché con Mac in campo non sapevi mai quello che stava per succedere. Non un canovaccio ma pennellate d’autore, animato dal talento più cristallino (forse) della storia per tocco di palla e onnipotenza. Tutta farina del suo sacco, perché non si può insegnare a giocare come lui. Anzi, chissà quanti maestri avranno perso la voce sgridando il giovane newyorkese alla Hopman per la sua tecnica così bizzarra, estemporanea ma terribilmente affascinante e soprattutto efficace. McEnroe era divertimento puro in campo. Non parlo delle sue risse verbali e atteggiamenti da monellaccio, anch’essi passati alla storia e parte fondamentale del personaggio. Raccontiamo proprio il talento tennistico il John, la sua unicità, quello che lo rendeva così speciale e che gli consentiva di deliziare il pubblico con giocate sopraffine, fatte di istinto, tocco, magia. Un sorta di Picasso per come stravolgeva la canonica tecnica del gioco. Vogliamo partire dal servizio? Yes, perché già col solo movimento della sua battuta avremmo tanto da raccontare. Partenza con i piedi allineati alla riga del servizio, dando la schiena alla rete! Poi un lancio di palla abbastanza alto in avanti, con la schiena che s’inarcava terribilmente, accompagnando un forte piegamento delle ginocchia; il tutto per una torsione quasi laterale che spingeva il corpo a scattare come una molla in avanti, avventandosi sulla palla. John terminava quasi un metro in campo dopo l’impatto, già in viaggio verso la rete, a raccogliere incerte risposte ai suoi fendenti mortali. Con quella personalissima esecuzione, Mac riusciva a trovare angoli incredibili, soprattutto da sinistra in cui poteva sfruttare anche l’effetto mancino (e da sinistra l’arco della schiena era ancor più pronunciato). Inoltre con quel gesto così anomalo era impossibile capire la direzione della palla, rendendo arduo ribattere in modo aggressivo, anche perché la palla spesso finiva sulle righe o giù di li, con effetti vari dallo slice al kick.

Fu atleta naturale se ce n’è stato uno, perché un comune mortale si sarebbe spezzato la schiena dopo pochi anni di carriera, mentre il 50enne Johnny si diletta ancora oggi nelle sue scorribande tennistiche, ed il servizio se non è quello dei bei tempi poco ci manca. Tutto il suo tennis era imprevedibile, animato da gesti così personali da renderne impossibile una lettura. Da fondo campo era totalmente alieno alla tecnica classica. Colpi con apertura ridotta al minimo, bloccando moltissimo il polso (altro mistero tennistico, la forza del suo polso!). Meglio col rovescio che col dritto, esecuzione in cui a volte perdeva la misura per come “non terminava” l’esecuzione, quasi un eccesso di anticipo. Anticipo, anzi quasi contro balzo. In un’epoca in cui gli attrezzi costringevano tutti i migliori a lavorare col corpo per accompagnare le esecuzioni, John colpiva di piatto, con un senso sulla palla assoluto. Il tutto con le ginocchia praticamente distese, soprattutto quando aggrediva la palla di rovescio. Braccio morbido, mai la sensazione di sforzo, perché arrivava con un timing perfetto cogliendo tutta l’inerzia della palla incidente, restituendola alla stessa velocità ma con angoli acuti, stretti, mortali. Un saltello per accompagnare lo swing e impatto perfetto, palla che fila veloce e precisa. La sua velocità d’esecuzione rendeva le giocate pazzesche, inimitabili. Se Mac è passato alla storia per la battuta e il gioco di rete, beh, riguardatevi un match contro Borg o Connors… non subiva poi così tanto il pressing da fondo di questi due eroi del tennis moderno, anzi. A rete dava il suo massimo. Eccezionale come aggrediva la palla col corpo, sempre in avanzamento, mai passivo. Racchetta ben davanti al corpo a dare tocchi magici, che variava con totale nonchalance dalla chiusura lunga e precisa al beffardo tocchetto sotto, che moriva appena al di là del net. Nessuno ha mai toccato sotto rete con la sua sensibilità, nessuno. Indifferente ricevere un passing poderoso o uno maligno, basso sotto la rete, perché il controllo della sua Dunlop era assoluto, e ci metteva del suo, anche fuori equilibrio. E della mezza volata ne vogliamo parlare? Anche se superato dalla palla, la agganciava come un falco, e mai usciva delle sue corde una difesa disperata ma una soluzione consistente. La sua sensibilità fuori dal comune era sempre sostenuta da un’elasticità muscolare notevole, che gli permetteva di scattare come un felino e di reagire all’istante ad ogni situazione di gioco.

Lo spettacolo che McEnroe ha saputo regalare nei suoi momenti d’oro è e forse resterà ineguagliabile nella storia moderna del tennis. Ha reinterpretato il gioco come mai nessun’altro, portando imprevedibilità e fantasia alla massima potenza. Oggi si gioca bene, ma sai cosa aspettarti dal Nadal o Federer di turno. Con John, ogni colpo era diverso dall’altro, ogni magia ti lasciava a bocca aperta. Le meraviglie del suo tennis derivavano dal suo Dna tennistico, perché di allenamenti John ne ha fatti ben pochi. Chissà che il segreto non sia proprio il non essersi consumato in estenuanti sedute tecnico-atletiche, perché il suo modo istintivo di stare in campo faceva tutto il lavoro da solo. Un aneddoto di Wilander ci racconta un allenamento paradossale di Mac. Un giovanissimo Mats fissa per l’indomani, alla mattina presto, un campo di allenamento con John in America. Wilander è quasi emozionato, arriva prestissimo e inizia il suo lavoro in campo. In ritardo arriva John. Con flemma totale entra in campo caracollando, guarda torvo il compagno, che inizia a palleggiare. Dopo 4 palle John si ferma esclamando “Sono caldo”, e si avvia negli spogliatoi di fronte ad un allibito (e imbufalito) svedese. Tra realtà e romanzo, qua c’è tutto McEnroe. Irripetibile, e non riproponibile. Vincere oggi giocando come John? Teoricamente sì, ma contenere la potenza dei forzuti moderni e governarne di tocco le folli rotazioni sarebbe come attaccare una corrazzata armati di un fioretto. Forse John ci riuscirebbe lo stesso…

Articolo pubblicato sul n.38 di 0-15 Tennis Magazine




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