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Profili di Campioni

Goran Ivanisevic

17/03/2005

Goran Ivanisevic Le conferenze stampa dei giocatori sono davvero insopportabili, piene di luoghi comuni, scontate. Non quelle di Ivanisevic! Goran Ivancrazevic, come lui stesso si è simpaticamente ribattezzato in alcune interviste, ha sempre fatto discutere, sia per il suo gioco che per i suoi atteggiamenti e le bizzarre dichiarazioni. Tempo fa, in piena crisi di risultati, un cronista gli chiese se per caso stesse meditando il ritiro, ormai alla soglia di 30 anni e costretto e fare le qualificazioni nei tornei. Goran rispose che prima di farlo avrebbe dovuto vincere un titolo a Wimbledon, fosse stato anche un doppio misto over 50 ! E ricordò all'allibito cronista come la sua vita fosse completamente sotto sopra, segnata dalla frustrazione per le sue molteplici identità che non gli permettevano di tenere la concentrazione nei momenti topici dei match. Di come, passando gli anni, sentisse il peso delle nuove generazioni sempre più perfette atleticamente e tenaci agonisticamente; di come per un "vecchietto" trentenne diventasse sempre più difficile vincere, ma che non se la sentiva di mollare, perché restava quel chiodo fisso nella sua testa, di vincere uno slam, possibilmente Wimbledon. E di come il ritiro lo spaventasse, perché non sapeva far altro nella vita che giocare a tennis, tanto che… " non so cosa potrei fare, mi aggirerei triste per le vie di Spalato, in un raptus di follia potrei mettermi a sparare ed uccidere qualcuno…" !!!! La follia è certamente il filo conduttore di tutta la carriera del croato. Un giocatore estroso, tecnicamente molto più completo di quanto la maggior parte dei critici gli abbia mai riconosciuto. Un talento "sprecato" per tanti anni, costellati da vittorie di prestigio e da troppi piazzamenti, troppi match gettati al vento per attimi di sciagurata pazzia.

Fino a luglio del 2001 molti dubitavano che si potesse inserire Goran nella categoria campioni, perché c'era una lacuna nel suo palmares troppo evidente per non esser notata: nessun torneo del grande slam vinto. Io stesso lo avrei piazzato al 1° posto in una mia ideale classifica dei più forti giocatori a non aver mai vinto uno slam. Fino alla favola di Wimbledon edizione 2001, il suo torneo, quello che gli ha tolto il sonno per anni ripensando alle tre finali perse, di cui almeno due buttate al vento. Questa volta il destino è stato più forte di tutto, anche dei fantasmi di Goran. Un lunedì grigio, con un centrale insolitamente colorato dai tanti ragazzi croati e australiani riusciti a prender il posto dei soliti babbioni inglesi grazie alla pioggia del weekend ed alla finale spostata; in questa cornice Ivanisevic ha coronato il suo sogno, vincendo una straordinaria partita al 5° set contro Pat Rafter. Intensa, ricca di emozioni, incerta fino all'ultima palla. Inutile commentarne l'andamento, è stata una gara di nervi, con Rafter ottimo nel suo tennis d'attacco, e Goran a sparare bordate, arrabbiandosi come una furia per ogni occasione persa, sfiorando a più riprese warning e squalifica per ripetute e violente proteste. L'elettricità in campo era palpabile, il pubblico fantastico, sprazzi di classe pura, insomma una vera favola! Goran alla fine vince, è il suo trionfo. Peccato per il grande Pat, corretto e magnifico coi suoi attacchi, composto nella sconfitta pur sapendo che sarebbe stato il suo ultimo tentativo. Anche la vittoria dell'australiano sarebbe stata una bella favola.

Goran Ivanisevic Vidi giocare Ivanisevic per la prima volta nella finale del defunto torneo di Firenze, nella tarda primavera del 1989. Quel ragazzo slavo alto e magrissimo aveva sorpreso tutti i vari terraioli di buon livello che arrivarono in riva all'Arno, ed affrontava in finale Oracio De La Peña, lottatore argentino. Giocò con determinazione ed abnegazione, ma fu sfiancato dal pressing arrotato del suo rivale, molto più esperto. Alla fine perse 6-4 6-3 la prima finale della sua carriera. Si intravedevano però le qualità del croato, come un servizio già molto buono, un tocco di palla delicato, un gancio mancino devastante, soprattutto quando giocato anomalo, una risposta di rovescio bimane fulminante; il tutto però era incastrato male, caoticamente, senza un filo logico. Produceva una serie di colpi veramente belli, ma senza uno schema di gioco. Una volta maturato come tennista, Goran non è mai stato né un giocatore di rete, difettando soprattutto nel piazzamento ma talvolta anche nell'esecuzione bassa; né un attaccante dal fondo. E' un giocatore a tutto campo, dotato di una mano sensibilissima, due fondamentali quasi uguali, forse leggermente più definitivo il diritto, meglio se anomalo. Gesti classici, a volte un po' strappati per la foga, con un leggero spin di controllo e tante accelerazioni piatte. Preferisce una veloce schermaglia dal fondo, magari violentissima, a dei lunghi scambi che mettono a nudo la sua mancanza di pazienza e la labile concentrazione. Emblematica una sua dichiarazione dopo una sconfitta contro Bruguera: "Non sopporto giocar contro di lui! Non riesco a sfondarlo, e mi fa palleggiare troppo, penso troppo, e finisco per distrarmi nei miei pensieri, sbagliando il colpo". Questo tipo di tennis lo ha accompagnato per quasi tutta la carriera, anche se negli ultimi anni il suo gioco è stato sempre più focalizzato sull'uno-due dopo il servizio. Gli è sempre mancato raziocinio, una trama tattica per condurre un game, tutto per colpa di quella follia troppo invadente nel suo ego, di una emotività mal governata che gli permetteva di produrre solo a volte il meglio al momento decisivo, e quasi mai in modo prevedibile.

Nei primi anni '90 ci fu una rapida ascesa. Sconfisse Becker al 1° turno del Roland Garros del 1990, determinando con Bruguera (altro classe '71, che sconfisse Edberg) la simultanea caduta delle prime 2 teste di serie del torneo; arrivò ai quarti, sconfitto da Muster. Raggiunse la semifinale di Wimbledon nello stesso anno, sconfitto da un Becker ancora troppo attrezzato per lui su erba. La settimana seguente si impose nel torneo di Stoccarda su terra, la sua prima vittoria nel circuito pro. Chiuse l'anno con la sconfitta in finale nel torneo di Basilea per mano di John McEnroe per 6-4 al 5° set, in quello che fu uno dei match più belli che io abbia mai visto, per la classe dei due giocatori e la varietà di colpi eseguiti. Iniziarono le prime vittorie in alcuni tornei di media categoria ma soprattutto tantissimi piazzamenti. Goran in giornata era già in grado di sconfiggere tutti i migliori, ma sempre in modo assolutamente imprevedibile, così come era in grado di perdersi di fronte a tanti onesti lavoratori della racchetta.

Fece sensazione la sua vittoria contro Edberg al torneo indoor di Stoccarda del 1992, in cui Stefan fece di tutto per strappargli il servizio senza mai riuscirci, senza mai riuscire a rispondere in una delle tante palle break ottenute: un ace arrivava definitivo, maligno, a chiudere la porta in faccia allo svedese. Diversi commentatori iniziarono a definire Goran come il prototipo di giocatore del 2000, dotato di un servizio imprendibile. Fantasmi si aggiravano tra gli appassionati, impauriti da un tennis disumano governato dal solo ping pong di continui ace, e di cui Ivanisevic era lo stereotipo. Goran divenne Mr. Ace, l'anti-tennis, un pericolo assoluto soprattutto al coperto, uno spauracchio per i suoi rivali. Certi pubblici iniziarono a fischiare i suoi ace, come avvenne nella finale di Parigi Bercy del 1993, dove il povero Medvedev fu sommerso da una grandinata di pallate. In effetti il suo servizio è un arma devastante.

Goran al Servizio Il movimento parte con un lancio di palla poco sopra la testa, iniziando contemporaneamente un mulinello impressionante, quasi solo di braccio, il tutto in accelerazione, velocissimo. La schiena si inarca un po', ma la spinta viene quasi esclusivamente dalla spalla. Le gambe contribuiscono nell'accompagnamento del corpo verso l'alto, verso la spinta del braccio, ma il contributo in termini di peso è modesto. La velocità ed accelerazione del braccio-racchetta creano una frustata velocissima, impossibile leggere la direzione per il povero ribattitore visto che il movimento è sempre uguale in qualsiasi direzione lo tiri. Goran possiede un'elasticità articolare pazzesca visto la reattività del movimento, ed è quasi un miracolo che non si sia mai procurato un serio infortunio alla spalla fino ai 30 anni consegnando un migliaio abbondante di aces a stagione (per molte stagioni) con un movimento così strappato. Però la macchina infernale del servizio del croato non era così perfetta… molte, troppe volte, si inceppava proprio nel momento decisivo. Il servizio è probabilmente l'arma più importante del tennis maschile moderno, ma è un colpo che parte proprio dalla testa, e li è stato il punto debole di Goran. Nonostante il saggio Tiriac, suo mentore negli anni migliori della carriera, gli avesse affiancato un coach esperto e paziente come Bob Brett, Ivanisevic è mancato proprio nei momenti topici di tanti match. Eclatante il gioco conclusivo della finale di Wimbledon 1992, persa contro Agassi. Goran aveva giocato un torneo quasi perfetto, soggiogando gli avversari a furia di ace e colpi vincenti. Agassi rispondeva come un dio, sembrava spiritato in quella bigia domenica inglese; comunque Goran riusciva a piazzare quasi 40 ace ed un numero impressionante di servizi vincenti. Ma sul 4-5 del 5° set il croato è al servizio per restare nel match, e… nessuna prima di servizio, anzi, doppi falli, errori. Game, Set, Match Agassi.

Ecco qua la triste storia di tante sconfitte di Ivanisevic. Reggeva male la pressione, oppure cercava di scaricare la sua rabbia agonistica in una violenza eccessiva, che gli faceva perdere il controllo dei colpi, e di se stesso. Goran Come quella volta in cui Goran nel finale di stagione perse un match alla sua portata, che quasi sicuramente gli sarebbe costato la qualificazione al master di quell'anno a meno di risultati favorevoli. Imbestialito rientrò negli spogliatoi e distrusse una ad una tutte le sue racchette, finché non videro uscire Brett di corsa dallo spogliatoio con una Prestige Head in mano; visibilmente smarrito disse "sono riuscito a salvarne una". Solo un esperto di psicoanalisi potrebbe dare una risposta più chiara, oppure chissà, si perderebbe anche lui nei meandri più oscuri della psiche complessa e contraddittoria del "cavallo pazzo". Il 1992 fu una ottima annata, chiusa al quarto posto del ranking e con parecchi titoli conquistati. Così il '93, che lo vede però andar male soprattutto negli slam. Nel 1994 arriva di nuovo in finale a Wimbledon, dopo un torneo strepitoso. Gioca alla pari con un immenso Sampras, ma perde i due tie break, a conferma della sua debolezza nelle strette finali. Finisce per prendere un "uovo" nel 3° set. Comunque concluderà benissimo la stagione indoor, con un ottimo 5° posto nel ranking finale. Buonissime annate anche la '95 e la '96, con parecchi tornei vinti e molti match memorabili, ma manca sempre l'acuto negli slam a parte la semi dell'US Open. L'annata '97 è più altalenante, in calo. Tanto che nel 1998, quando arriva Wimbledon, molti iniziano a ritenere che Ivanisevic non sia più in grado di ripetersi.

Si presenta all'All England Club con un barba da predicatore, gioca un gran torneo sorprendendo molti, fino a ritrovare Sampras in finale. Stavolta Pete sembra più umano, battibile. Goran inizia correndo via, giocando davvero bene. Vince il primo set, Pete pare non essere al top. Che sia la volta buona? Tie break del secondo set, Goran è avanti. Ma sbaglia, Pete rimonta, inizia a crederci… e vince la partita. La sguardo di Ivanisevic nella premiazione è vuoto, a testa bassa riceve il piattino del secondo posto. Ironizzerà nella sala stampa dicendo che ci mangerà un buon pesce pescato in Dalmazia, in segno di resa. Non scherzava poi troppo, nel senso che dopo quel match qualcosa in lui si rompe. Inizia a credere forse di esser sottoposto ad una maledizione. Quel match buttato via gli rode dentro, non lo fa letteralmente dormire la notte. Rompe un po' con tutti, compreso Brett. Inizia ad allenarsi con vari amici croati, che hanno il solo scopo di accompagnarlo nelle varie campagne a giro per il mondo, più a far baldoria che a giocare veramente. Annate assai grigie, con pochissimi acuti, qualche infortunio e tante sconcertanti sconfitte. Più facile trovarlo a far bagordi a Milano o Montecarlo con i suoi amici che in una palestra ad allenarsi seriamente. Innumerevoli sono le dichiarazioni controcorrente, al limite del delirio, come "Non sopporto perdere giocando, nemmeno a carte, infatti non mi faccio battere, nemmeno dal padre eterno. Sono io che perdo i miei match, non gli altri a sconfiggermi…" Il padre di Goran, grandissimo appassionato di tennis e sempre presente nei vari tornei anche quando il figlio aveva già perso, afferma di non credere più nella possibilità del figlio di riprendersi, "sono il padre di un ex giocatore", affermava in quegli anni, sornione sotto i baffoni grigi.

Ivanisevic Wimbledon Fino alla favola di quest'anno, all'ultimo Wimbledon, che gli organizzatori gli consentono di giocare grazie ad una wild card, visto che era sceso in classifica oltre il centesimo posto. Goran è un vero personaggio del circuito. Come molti suoi connazionali che hanno sfondato nello sport, è un talento purissimo, eclettico e bizzarro, con grandissimi picchi di rendimento ma anche pause improvvise. Forse non tutti sanno che Ivanisevic gioca benissimo anche a basket, tanto da allenarsi a volte con i famosi croati Kukoc e Radja. Nel 2000 in estate l'Hajduk di Spalato di calcio stava quasi per inserirlo nella lista dei giocatori per Champion's League, e si dice non per amicizia, ma perché Goran poteva essere un buonissimo centravanti. Nella sua follia, diceva di voler giocare 10 minuti in champions, per realizzare un piccolo sogno. Ivanisevic è un monumento vivente nel suo paese, forse il primo vero vincente della Croazia appena liberatasi dal sogno Jugoslavo del dittatore Tito. Poteva aver segnato il suo nome su molti trofei che ha potuto ammirare solo da vicino. Ma dopo il suo Wimbledon avrà pace della sua carriera. Dopo altri infortuni ed una operazione alla spalla, ha chiuso definitivamente la sua carriera proprio a Wimbledon, su quel campo in cui è morto e rivissuto, quel prato verde dei suoi incubi e dei suoi sogni. Tra le lacrime è uscito dal campo, con la morte dentro perché un capitolo importante della sua vita si chiudeva. Però con la consapevolezza di esser stato un campione del suo sport, un personaggio unico. A me personalmente resteranno di lui tante ore di divertimento guardandolo giocare in quel modo divinamente maledetto.




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