Le conferenze stampa dei giocatori sono davvero insopportabili, piene
di luoghi comuni, scontate. Non quelle di Ivanisevic! Goran Ivancrazevic,
come lui stesso si è simpaticamente ribattezzato in alcune interviste,
ha sempre fatto discutere, sia per il suo gioco che per i suoi atteggiamenti
e le bizzarre dichiarazioni. Tempo fa, in piena crisi di risultati, un
cronista gli chiese se per caso stesse meditando il ritiro, ormai alla
soglia di 30 anni e costretto e fare le qualificazioni nei tornei. Goran
rispose che prima di farlo avrebbe dovuto vincere un titolo a Wimbledon,
fosse stato anche un doppio misto over 50 ! E ricordò all'allibito cronista
come la sua vita fosse completamente sotto sopra, segnata dalla frustrazione
per le sue molteplici identità che non gli permettevano di tenere la concentrazione
nei momenti topici dei match. Di come, passando gli anni, sentisse il
peso delle nuove generazioni sempre più perfette atleticamente e tenaci
agonisticamente; di come per un "vecchietto" trentenne diventasse sempre
più difficile vincere, ma che non se la sentiva di mollare, perché restava
quel chiodo fisso nella sua testa, di vincere uno slam, possibilmente
Wimbledon. E di come il ritiro lo spaventasse, perché non sapeva far altro
nella vita che giocare a tennis, tanto che… " non so cosa potrei fare,
mi aggirerei triste per le vie di Spalato, in un raptus di follia potrei
mettermi a sparare ed uccidere qualcuno…" !!!! La follia è certamente
il filo conduttore di tutta la carriera del croato. Un giocatore estroso,
tecnicamente molto più completo di quanto la maggior parte dei critici
gli abbia mai riconosciuto. Un talento "sprecato" per tanti anni, costellati
da vittorie di prestigio e da troppi piazzamenti, troppi match gettati
al vento per attimi di sciagurata pazzia.
Vidi giocare Ivanisevic per la prima volta nella finale del defunto torneo
di Firenze, nella tarda primavera del 1989. Quel ragazzo slavo alto e
magrissimo aveva sorpreso tutti i vari terraioli di buon livello che arrivarono
in riva all'Arno, ed affrontava in finale Oracio De La Peña, lottatore
argentino. Giocò con determinazione ed abnegazione, ma fu sfiancato dal
pressing arrotato del suo rivale, molto più esperto. Alla fine perse 6-4
6-3 la prima finale della sua carriera. Si intravedevano però le qualità
del croato, come un servizio già molto buono, un tocco di palla delicato,
un gancio mancino devastante, soprattutto quando giocato anomalo, una
risposta di rovescio bimane fulminante; il tutto però era incastrato male,
caoticamente, senza un filo logico. Produceva una serie di colpi veramente
belli, ma senza uno schema di gioco. Una volta maturato come tennista,
Goran non è mai stato né un giocatore di rete, difettando soprattutto
nel piazzamento ma talvolta anche nell'esecuzione bassa; né un attaccante
dal fondo. E' un giocatore a tutto campo, dotato di una mano sensibilissima,
due fondamentali quasi uguali, forse leggermente più definitivo il diritto,
meglio se anomalo. Gesti classici, a volte un po' strappati per la foga,
con un leggero spin di controllo e tante accelerazioni piatte. Preferisce
una veloce schermaglia dal fondo, magari violentissima, a dei lunghi scambi
che mettono a nudo la sua mancanza di pazienza e la labile concentrazione.
Emblematica una sua dichiarazione dopo una sconfitta contro Bruguera:
"Non sopporto giocar contro di lui! Non riesco a sfondarlo, e mi fa palleggiare
troppo, penso troppo, e finisco per distrarmi nei miei pensieri, sbagliando
il colpo". Questo tipo di tennis lo ha accompagnato per quasi tutta la
carriera, anche se negli ultimi anni il suo gioco è stato sempre più focalizzato
sull'uno-due dopo il servizio. Gli è sempre mancato raziocinio, una trama
tattica per condurre un game, tutto per colpa di quella follia troppo
invadente nel suo ego, di una emotività mal governata che gli permetteva
di produrre solo a volte il meglio al momento decisivo, e quasi mai in
modo prevedibile.
Il movimento parte con un lancio di palla poco sopra la testa, iniziando
contemporaneamente un mulinello impressionante, quasi solo di braccio,
il tutto in accelerazione, velocissimo. La schiena si inarca un po', ma
la spinta viene quasi esclusivamente dalla spalla. Le gambe contribuiscono
nell'accompagnamento del corpo verso l'alto, verso la spinta del braccio,
ma il contributo in termini di peso è modesto. La velocità ed accelerazione
del braccio-racchetta creano una frustata velocissima, impossibile leggere
la direzione per il povero ribattitore visto che il movimento è sempre
uguale in qualsiasi direzione lo tiri. Goran possiede un'elasticità articolare
pazzesca visto la reattività del movimento, ed è quasi un miracolo che
non si sia mai procurato un serio infortunio alla spalla fino ai 30 anni
consegnando un migliaio abbondante di aces a stagione (per molte stagioni)
con un movimento così strappato. Però la macchina infernale del servizio
del croato non era così perfetta… molte, troppe volte, si inceppava proprio
nel momento decisivo. Il servizio è probabilmente l'arma più importante
del tennis maschile moderno, ma è un colpo che parte proprio dalla testa,
e li è stato il punto debole di Goran. Nonostante il saggio Tiriac, suo
mentore negli anni migliori della carriera, gli avesse affiancato un coach
esperto e paziente come Bob Brett, Ivanisevic è mancato proprio nei momenti
topici di tanti match. Eclatante il gioco conclusivo della finale di Wimbledon
1992, persa contro Agassi. Goran aveva giocato un torneo quasi perfetto,
soggiogando gli avversari a furia di ace e colpi vincenti. Agassi rispondeva
come un dio, sembrava spiritato in quella bigia domenica inglese; comunque
Goran riusciva a piazzare quasi 40 ace ed un numero impressionante di
servizi vincenti. Ma sul 4-5 del 5° set il croato è al servizio per restare
nel match, e… nessuna prima di servizio, anzi, doppi falli, errori. Game,
Set, Match Agassi.
Come quella volta in cui Goran nel finale di stagione
perse un match alla sua portata, che quasi sicuramente gli sarebbe costato
la qualificazione al master di quell'anno a meno di risultati favorevoli.
Imbestialito rientrò negli spogliatoi e distrusse una ad una tutte le
sue racchette, finché non videro uscire Brett di corsa dallo spogliatoio
con una Prestige Head in mano; visibilmente smarrito disse "sono riuscito
a salvarne una". Solo un esperto di psicoanalisi potrebbe dare una risposta
più chiara, oppure chissà, si perderebbe anche lui nei meandri più oscuri
della psiche complessa e contraddittoria del "cavallo pazzo". Il 1992
fu una ottima annata, chiusa al quarto posto del ranking e con parecchi
titoli conquistati. Così il '93, che lo vede però andar male soprattutto
negli slam. Nel 1994 arriva di nuovo in finale a Wimbledon, dopo un torneo
strepitoso. Gioca alla pari con un immenso Sampras, ma perde i due tie
break, a conferma della sua debolezza nelle strette finali. Finisce per
prendere un "uovo" nel 3° set. Comunque concluderà benissimo la stagione
indoor, con un ottimo 5° posto nel ranking finale. Buonissime annate anche
la '95 e la '96, con parecchi tornei vinti e molti match memorabili, ma
manca sempre l'acuto negli slam a parte la semi dell'US Open. L'annata
'97 è più altalenante, in calo. Tanto che nel 1998, quando arriva Wimbledon,
molti iniziano a ritenere che Ivanisevic non sia più in grado di ripetersi.
Fino alla favola di quest'anno, all'ultimo Wimbledon, che gli organizzatori
gli consentono di giocare grazie ad una wild card, visto che era sceso
in classifica oltre il centesimo posto. Goran è un vero personaggio del
circuito. Come molti suoi connazionali che hanno sfondato nello sport,
è un talento purissimo, eclettico e bizzarro, con grandissimi picchi di
rendimento ma anche pause improvvise. Forse non tutti sanno che Ivanisevic
gioca benissimo anche a basket, tanto da allenarsi a volte con i famosi
croati Kukoc e Radja. Nel 2000 in estate l'Hajduk di Spalato di calcio
stava quasi per inserirlo nella lista dei giocatori per Champion's League,
e si dice non per amicizia, ma perché Goran poteva essere un buonissimo
centravanti. Nella sua follia, diceva di voler giocare 10 minuti in champions,
per realizzare un piccolo sogno. Ivanisevic è un monumento vivente nel
suo paese, forse il primo vero vincente della Croazia appena liberatasi
dal sogno Jugoslavo del dittatore Tito. Poteva aver segnato il suo nome
su molti trofei che ha potuto ammirare solo da vicino. Ma dopo il suo
Wimbledon avrà pace della sua carriera. Dopo altri infortuni ed una operazione
alla spalla, ha chiuso definitivamente la sua carriera proprio a Wimbledon,
su quel campo in cui è morto e rivissuto, quel prato verde dei suoi incubi
e dei suoi sogni. Tra le lacrime è uscito dal campo, con la morte dentro
perché un capitolo importante della sua vita si chiudeva. Però con la
consapevolezza di esser stato un campione del suo sport, un personaggio
unico. A me personalmente resteranno di lui tante ore di divertimento
guardandolo giocare in quel modo divinamente maledetto.
