10/06/2008
Il Roland Garros 2008 non verrà ricordato come un torneo memorabile per
le gesta in campo, ma nell'albo d'oro campeggiano i nomi di Rafael Nadal
ed Ana Ivanovic, i due tennisti più forti su terra battuta. Erano i favoriti
della vigilia e hanno vinto rispettando i pronostici. Ana ha giocato un
buon torneo, in crescendo, nobilitato da una meravigliosa sfida con la
connazionale Jankovic in semifinale, più che in una finale bruttina. Esulta
con garbo Ana, una piacevole sorpresa se pensiamo ai ruggiti che spesso
urla in campo durante le fasi calde; un segno di maturità e di eleganza.
Sembra ancora più bella nel suo completino rosso, così raggiante con la
coppa in mano appena ricevuta da Justine Henin. E' il suo primo slam.
Primo sì, perché se il fisico non la manderà ko Ana ha tutte le carte
in regola per vincere tanto. Forse non dominare come Justine, perché la
tecnica della belga non appartiene ad Ana. Però il diritto della serba
è di un livello non così lontano da quello con cui Steffi Graf randellava
le rivali senza pietà. Adesso Ana è attesa ad una conferma a Wimbledon.
LO SCHIACCIASASSI
E poi Rafael. Che dire dello spagnolo? A fine 2007 lo stesso zio nutriva
dubbi, alcuni lo davano per spacciato, logoro. Illusi. Ha mostrato uno
strapotere fisico imbarazzante. Borg è stato spesso inquadrato in tribuna
e molti hanno accostato il maiorchino all'orso svedese per la sua capacità
di dominare sulla terra. Questo Nadal è più assimilabile ad un Tyson dotato
di racchetta. KO durissimi, severi, senza appello. Visto il ruggito di
Amburgo si temeva che la coppa fosse già assegnata prima dell'inizio del
torneo, e così è stato. Il bilancio di Nadal al Roland Garros è impressionante:
28 vittorie in fila, zero sconfitte! Ha alzato la quarta coppa dei Moschettieri
senza perdere un set, imitando Nastase (1973) e Borg (1978 e 1980). Rafa
vanta 115 vittorie negli ultime 117 match sulla terra; in finale ha lasciato
solo quattro games al numero uno Federer, appena peggio di Vilas (3 games
nel 1977). Dimostrazione straordinaria di potenza, il Re del rosso è ancora
lui, più che mai, ribadito dall'atto conclusivo del torneo. Ancora Federer
di fronte, ma non il miglior Federer. Rafa parte solido, scuro in volto
come nelle occasioni doc. L'impatto è durissimo, in pochi minuti siamo
61 20, con Roger visibilmente scosso. Si anima lo svizzero, inizia finalmente
a lasciar andare il braccio, meno irretito nei consueti (e noiosi…) scambi
fatti di rimo e vorticose rotazioni del rivale. Federer scende più spesso
a rete, ottiene il controbreak ed una palla di importanza capitale per
strappare la battuta al "toro" spagnolo e portarsi sul 43 e servizio.
Niente da fare, Roger la gioca in modo timoroso e dopo un altro lungo
scambio cede il punto, il servizio ed il set 63. Segue il primo cappotto
subito dallo svizzero dal 1999. Game, set, match. Nadal alza le braccia
al cielo, per un'esultanza composta, rispettosa di un rivale umiliato.
Federer ha provato a cambiare qualcosa a tratti ma senza continuità, ricavando
poco dal servizio e soprattutto incaponendosi, come al solito, nel giocare
quel rovescio in top che è innocuo per Nadal e che gli fa solo perder
campo. Non ha nemmeno provato a muovere il rivale con una rasoiata in
back, per cambiare le carte in tavola. Higueras al suo box non è servito
a fargli capire quest'aspetto del gioco. Inoltre un Roger troppo dimesso
fisicamente, un agnellino se paragonato alla violenta potenza del rivale.
Nadal ancora una volta s'è perfettamente programmato per arrivare al top
in queste due settimane, e quando è in questa forma niente riesce a scalfirlo.
"Il miglior Nadal mai visto" ha sussurrato a denti stretti Roger, masticando
amarissimo.
LA VERA SFIDA
Si sapeva che Federer non era al meglio, così gli occhi di tutti erano
rivolti alla semifinale, in cui Djokovic poteva scalzare Nadal. Novak
vs Rafa, l'arena è colma in un grigio venerdì. Rafa arriva alla sfida
con una striscia paurosa, le briciole lasciate ai rivali, come i soli
3 games che nel giorno del suo compleanno ha concesso ad Almagro, considerato
l'outsider di lusso. Djokovic serve male fin dall'inizio, giocando troppo
di ritmo, dritto per dritto, senza variazioni. Fin troppo facile per un
Nadal in grande spolvero anche col rovescio "montare" sopra ai colpi del
rivale, spadroneggiando col suo gancio mancino e prendendo subito un break
di vantaggio. Lunghezza di palla, intensità mostruosa, una vera macchina
da guerra il tennis del maiorchino. Impressiona soprattutto la lunghezza
di palla di Nadal, che abbinata allo spin vorticoso annienta ogni velleità
del rivale. Nole comprende che l'altro è un muro, e mostra evidenti segni
di scoramento già dai primi games, tanto da apparire meno reattivo del
solito in campo. Nemmeno la risposta gira, l'aura di Nadal sul rosso ha
travolto anche la vitalità di Djokovic, che forse prima di entrare in
campo ci credeva davvero. Sotto 3-0 nel terzo arriva il colpo di coda
di Novak, che lascia andare il braccio e torna in scia; sarà solo una
fiammata di rabbia, è troppo tardi per una rimonta.
IL TORNEO DEGLI ALTRI
Un Roland Garros nel complesso modesto, va ammesso, mentre di solito a
Parigi vanno in scena forti emozioni, epiche battaglie. Il match tecnicamente
più avvincente tra quelli di rilievo è stato lo scontro tra Gulbis e Djokovic.
I due sono amici, si conoscono dall'infanzia quando entrambi frequentavano
la scuola di Pilic. Gulbis è esploso nella scorsa edizione degli US Open,
ma da tempo lo si segue con interesse. La palla gli esce dalla racchetta
con una facilità incredibile, nessuna soluzione gli è preclusa. Pare sia
indolente e troppo ricco per diventare un vero campione, ma con quel talento
se si sveglia bene… Ricorda tanto il primo Ivanisevic, quello teenager
che non giocava solo sull'uno-due ma scambiava volentieri. Sulla terra
Gulbis aveva vinto finora un paio di match, sparava tutto senza cervello.
Quest'anno ha aggiunto un minimo di raziocinio, è più disposto a soffrire.
Ha giocato un tennis molto elegante, e contro Djokovic si sono visti scambi
a tutto campo, tanti winners e colpi da applausi. Tre set per Nole ed
un bell'abbraccio a fine match, con gli spettatori soddisfatti. L'intruso
è stato Gael Monfils, che qualche stagione fa aveva illuso molti colleghi
con un tennis potente, pronto a sfidare i big a suon di bordate di dritto
e tanta fisicità. Tuttavia una tecnica modesta, una mano assai poco educata
per toccare la palla, e soprattutto una gestione del match e dello scambio
degna del "peggior terraiolo", confinato a remare metri fuori dal campo,
non gli hanno mai fatto spiccare il volo. Vari infortuni l'hanno tenuto
fermo a lungo, tanto da presentarsi a questo Roland Garros in punta di
piedi, mentre la patria trema per la crisi nera di Gasquet e per il ginocchio
di Tsonga. Esce così all'improvviso Monfils, e tutta la nazione s'è aggrappata
a lui, portandolo in semifinale a sfidare Federer, dopo una storica rimonta
da due set sotto contro Ljubicic ed una battaglia vinta contro il tosto
David Ferrer nei quarti. In semifinale è andato in campo da gladiatore,
"è il match della vita" diceva. Travolto dal Federer-Express all'avvio,
non s'è scomposto. E' stato bravo ad approfittare di una delle pause che
Roger ha concesso, portando il match sulla rissa agonistica, e Federer
ha traballato non poco, portando a casa un quarto delicato set. Monfils
esce sconfitto, ma tra gli applausi.
SIMONE, BRAVO MA…
Gli italiani hanno vissuto un torneo sfortunato, per il ginocchio KO di
Volandri e per uno Starace che ha beccato il tosto Andreev all'esordio,
uscendone sconfitto. Male Seppi, dominato da Ancic. Tutte le speranze
erano riposte su Simone Bolelli, che ha esordito con un gran match contro
Baghdatis, simpatico talento cipriota. Simone ha prodotto accelerazioni
a tutto campo, vincendo e divertendo. Ancor meglio il bolognese nel secondo
match, dove è uscito da una dura battaglia contro l'argentino Del Potro.
L'occasione di arrivare a sfidare Gulbis negli ottavi era ghiotta, ma
contro il francese Llodra, sul centrale, Simone non è mai riuscito a rispondere
con efficacia ai maligni lift mancini del rivale. Ha lottato, prodotto
buon tennis ma anche sciupato dei concreti vantaggi nelle fasi calde del
match. Peccato perché era un match possibile, e contro Gulbis se la poteva
giocare. La risposta necessita di esser migliorata, ma il giocatore c'è.
LA SFIDA PER IL TRONO FEMMINILE
Caduta prematuramente Maria, il match più atteso è diventata la semifinale
tra le due serbe, Ana e Jelena, così diverse come carattere e tecnica
ma animate entrambe da una grande grinta e dalla possibilità di issarsi
in vetta al ranking in caso di vittoria. Spesso questi incontri sono un
festival degli errori, per troppa tensione. Stavolta le due ragazze hanno
deliziato il pubblico con un bellissimo match (probabilmente il migliore
del torneo), fatto di alti e bassi, crolli e rimonte, ma anche tanti bei
colpi e scambi mozzafiato. Dai blocchi scatta più veloce Jelena, ma Ana
ne regge l'inizio devastante, rimonta entrando di più in campo e mulinando
dritti terrificanti. La Jankovic continua a lottare come una leonessa:
dopo aver perso il primo set strappa di forza il secondo, con un coraggio
d'altri tempi, mettendola sulla rissa agonistica, dove lei si esalta.
La lotta continua nel 3° set. Jelena va avanti, ma Ana alza il ritmo di
gioco con un forcing strepitoso, prendendosi diversi punti a rete dopo
alcuni drittoni degni della miglior Graf. La Jankovic rimette tutto, senza
risparmiarsi, ma alla fine è la maggior classe e freddezza di Ana a spuntarla.
Jelena può rammaricarsi solo per alcuni scambi in cui è stata troppo conservativa,
ma l'altra come spingeva! Dall'altro lato del tabellone invece Kuznetsova
e Safina giocano un brutto match, dominato dalla potenza della "sorellina"
di Marat e dagli errori di Svetlana, travolta in modo fin troppo netto.
Match brutto il loro, senza grazia e virtù. Come purtroppo la stessa finale,
incontro senza storia fin dall'inizio. Il diritto devastante di Ana, unito
ad una maggiore solidità nel rovescio nei momenti critici, le ha permesso
di vincere il torneo e diventare meritatamente la nuova numero uno WTA.
Ana ha letteralmente ha scalato la tribuna per abbracciare il suo clan,
che includeva anche l'ormai "mitico" professor Francesco Parra, o meglio
"dott. Laser" (che aveva aiutato la serba al gomito). La Ivanovic ha lasciato
le briciole per strada nei primi match, arrivando così al meglio per gli
incontri decisivi. Nonostante la prova opaca in finale, la Safina merita
tutti nostri applausi. Ha dato vita non solo a due dei tre incontri più
belli del torneo (contro Sharapova e Dementieva), ma ha confermato appieno
l'exploit berlinese mostrando anche grandi qualità tattiche nel match
contro la Dementieva. Nonostante tutto il fantasma di Justine, che premia
Ana con la "sua" coppa, ha aleggiato per tutto il torneo. S'è sentita
la mancanza della belga, la sua classe e la sua capacità di giocare un
tennis insuperabile sul rosso per qualità e varietà.
IL PESO DELLA MENTE
Spesso nel tennis la maggior fragilità psicologia, o dall'altro lato la
forza, sono un fattore determinante per la vittoria di un incontro. Questa
edizione del Roland Garros femminile (oltre al clamoroso complesso di
Roger contro Rafa) ne ha dato ampiamente dimostrazione. Tante sconfitte
sono state figlie della fragilità delle protagoniste. Su tutte quella
della Dementieva, rimontata (e poi battuta) dalla Safina dal 52 secondo
set, non sfruttando un match point a favore. Non sfugge alla regola nemmeno
la Kuznetsova, che si scioglie contro la "furiosa" Safina di questa primavera.
La stessa Jankovic ha tremato e perduto, dopo aver dato prova di carattere
rimontando il secondo set della splendida semifinale contro Ana. La bella
connazionale pareva battuta sotto la grinta di Jelena, che invece ricade
vittima delle solite paure, già viste tante volte contro la Henin in carriera,
subendo l'ennesima rimonta decisiva da parte della connazionale nel terzo
set. Una Ivanovic che invece ha mostrato il piglio della numero uno, lo
stesso sfoggiato da Masha contro la Rodina al primo turno. Ana e Maria
promettono una rivalità che renderà felici gli appassionati orfani delle
magie della Henin; ma anche gli sponsor, pronti a creare una rivalità
giocando sul contrasto evidente tra la mora e paciosa serba, e la bionda-gelida
russa. Il sorriso solare di Ana contro l'altezzoso sguardo della statuaria
Maria. Wimbledon è alle porte, ne vedremo delle belle.
ITALIANE, COSI' COSI'
Torneo agrodolce per le nostre ragazze, ci si aspettava qualcosa in più,
e l'occasione di Flavia Pennetta era da cogliere al volo. Francesca Schiavone
dopo esser stata travolta dalla Azarenka dice di non star bene fisicamente,
ma poi arriva in finale nel doppio, perdendo. Strano destino, quando da
lei ci si aspettava un ruggito da vera leonessa in singolare. Karin Knapp
ha battagliato per un set contro la Sharapova, brava. Però perde netto
il tiebreak e crolla nel secondo. Si avverte un progresso rispetto agli
ultimi mesi ma manca dannatamente di quella solidità mentale e di quella
convinzione che la può portare a giocarsi la partita fino in fondo con
le big, quando ne avrebbe colpi e potenza. Poi Flavia Pennetta: prima
la splendida vittoria contro Venus, una Venus che onestamente per una
volta non è apparsa così "dispiaciuta" dalla sconfitta, ma che resta una
delle big in ogni evento. E va sottolineata la sua sportività nel rimanere
in campo nonostante si potesse ampiamente chiedere la sospensione per
oscurità, che avrebbe potuto far girare il match all'indomani. Flavia
però ha fallito totalmente la prova del nove, con l'inspiegabile partita
non giocata, per sua stessa ammissione, contro la Suarez Navarro, 132esima
del ranking. Una sconfitta netta in due set, quando in caso di vittoria
avrebbe invece affrontato nei quarti la Jankovic. Peccato, una sconfitta
dolorosa.
PARIGI NON AMA MARIA
L'antipatia della città più altezzosa (Parigi) per la tennista più altezzosa
(Sharapova). Le è stato tifato sempre contro, soprattutto nel match poi
perso contro la Safina, con tanto di fischi fino all'uscita del campo,
fischi assai ingenerosi visto che aveva offerto un match lottato sino
alla fine. Se Parigi è stregata per Federer, pare non voler bene pure
alla principale star del mondo del tennis, già fischiata l'anno scorso
dopo il match vinto contro Patty Schnyder. Davvero un rapporto strano,
visto che la capitale mondiale della moda cadrebbe a pennello per la donna-copertina
del tennis rosa. Parigi del resto non è nuova per lo schierarsi apertamente
contro o a favore di una star del tennis. Come non ricordare la finale
Hingis - Graf, quando alla prima contestazione di Martina tutto il pubblico
si avventò contro la nuova regina del tennis, per appoggiare in modo totale
(e quasi eccessivo) la vecchia Steffi. Nella versione indoor degli open
francesi, passarono alla storia anche i fischi parigini ad Ivanisevic
nella finale di Bercy '93, colpevole di togliere spettacolo al pubblico
per i continui ace con cui "matava" gli avversari. Altri tempi.
(Articolo pubblicato sul n.28 di 0-15 Tennis Magazine )
