10/02/2005
Alle porte di una nuova stagione agonistica, mi pare interessante riprendere
un discorso di alcuni mesi fa sullo stato del nostro tennis in rapporto
alla crescita vertiginosa del movimento argentino. Il coach Eduardo Infantino
ha parlato della situazione del suo assistito David Nalbandian, ma anche
a 360° sul tennis e soprattutto sulle differenze tra il movimento del
suo paese e quello italiano.
Eduardo conosce molto bene la nostra situazione poiché ha lavorato per
la federazione italiana per alcuni anni, ai tempi in cui collaborava anche
Roberto Lombardi. Erano periodi assai migliori per il nostro tennis: stavano
venendo fuori giovani che promettevano ottime cose, alcuni dei quali hanno
ottenuto risultati ottimi, come Omar Camporese per esempio. Parlando del
tennis italiano di oggi, Infantino vede molto bene Volandri, pronosticando
un futuro da top 20 se Filippo continuerà una crescita tecnica e soprattutto
mentale. Nalbandian ha giocato e vinto negli ottavi a Roma 2004 contro
il nostro Filippo, in un incontro molto tirato ed a tratti spettacolare.
Ha dovuto produrre il suo miglior tennis per contenere i colpi dal fondo
del nostro giocatore, ha lottato e sofferto, uscendo da campione nelle
fasi decisive del match con alcuni ace e vincenti assai rischiosi.
Infantino ha sottolineato che oggi sulla terra non ci sono molti tennisti
capaci di spingere così bene con tutti e due i colpi da fondo. Esiste
la lacuna al servizio, ma secondo lui è un problema che si può migliorare
col lavoro. Filippo gli pare un ragazzo sveglio, che sa imparare e che
ha ancora molto margine di miglioramento; lo vede però come "terraiolo",
mentre il suo David è soprattutto un giocatore da cemento, perché ama
spingere e tagliare il campo, ha meno pazienza per star dietro a soffrire,
meno gioco di gambe, prima o poi lascia andare il braccio per chiudere.
Ha fatto questo complimento a Volandri: "negli ultimi mesi non avevo mai
visto soffrire così tanto David nello scambio rovescio contro rovescio
come nel match con Filippo, David ha secondo me uno dei migliori rovesci
del circuito, e spesso Volandri lo metteva sotto, con cross stretti stretti
o con un paralelo improvviso, bravo!"
Interessante il discorso sulla differenza tra la crescita del tennis argentino
e quella mancata del tennis italiano. Fondamentale il capitolo Federazione.
In Argentina è praticamente assente, a causa della enorme crisi economica
del paese latinoamericano; però per Infantino (ed anche per molti critici
italiani a dire il vero, me compreso) è meglio una federazione assente
che una cattiva federazione, che può mal indirizzare i suoi sforzi, interrompere
un lavoro avviato e cambiarne la direzione in modo errato per motivazioni
meramente politiche, disperdere fondi, mezzi e uomini in strutture paralizzate,
troppo centralizzate e del tutto inefficienti. Lasciar completamente spazio
alla iniziativa individuale può essere una soluzione estrema, ma migliore,
perché così almeno non troverà ostacoli e concorrenza da parte di una
struttura più potente (perché generalmente più ricca e organizzata, seppur
male) e che "pretende" di essere di riferimento. Sarebbe forse meglio,
aggiungo io, che la Federazione concentrasse tutti i suoi sforzi economici
ed umani alla sola promozione del tennis alla base se non è in grado di
seguire con metodologie moderne ed efficienti i tennisti di vertice o
in fase di sviluppo. Facendo così conoscere il tennis ai bambini, portando
finalmente il tennis nelle scuole, agevolando i ceti meno agiati con la
prospettiva di incrementare così i possibili tennisti del futuro.
Poi il discorso sul materiale umano. Infantino ritiene che i tennisti
argentini sono più affamati, ma soprattutto più disposti ad imparare e
soffrire in genere, rispetto a quelli italiani. È un modo per scappare
dalla povertà e da un paese bellissimo ma con tanti problemi. Gli italiani
viaggiano meno, soprattutto quando nell'età dello sviluppo devono scegliere
se vale davvero soffrire per una incerta carriera. Dal punto di vista
tecnico però Infantino riconosce che la scuola italiana è una delle migliori
del mondo. Infatti le nostre promesse, magari poi non mantenute, hanno
spesso dei valori tecnici assoluti. Fu fatto l'esempio di Camporese, che
se fosse durato sarebbe stato un giocatore da top 15 per alcuni anni,
con picchi di rendimento assoluti. Così lo stesso Pescosolido, talento
tecnico di primo livello.
Capitolo allenatori: questa è per Infantino la chiave del tutto. Gli allenatori
argentini sono tutti ex giocatori ancora giovani e motivati, mentre gli
italiani mancano di questo supporto. I coach italiani sono nella maggior
parte dei casi Maestri, e non ex giocatori, oppure ex giocatori che hanno
provato a fare i professionisti ma che poi non hanno avuto molta fortuna
a buoni livelli, o che comunque hanno costruito poca esperienza, magari
troppi anni fa. Spesso sono troppo lontani dal circuito, hanno scuole
e strutture fisse in Italia che devono e vogliono seguire, invece di viaggiare,
come per esempio fa Piatti, che per Infantino è l'unico vero esempio di
coach moderno italiano, l'unico che ha saputo costruire qualcosa con ragazzi
italiani. Spesso vogliono seguire troppi giocatori, dando loro ottimi
strumenti, ma solo teorici, e poi commettono l'errore di non seguire sempre
sul campo, nei tornei, i problemi dei loro assistiti. Quindi rispetto
ai loro colleghi argentini rispondono meno all'esigenza del tennista di
esser seguito passo passo, anche nelle difficoltà quotidiane, non solo
del campo; il coach deve insegnare anche a maturare il suo assistito come
uomo, e non solo tecnicamente. Inoltre gli allenatori italiani sono in
media meno aggiornati dei vari colleghi esteri, perché viaggiano meno,
conoscono meno le realtà straniere che invece sono spesso più collegate
tra di loro e si rinnovano.
In Italia è mancata negli ultimi 15 anni una vera formazione per i nuovi
coach. Ci sono nuovi maestri, ma sono formati in Italia da una scuola
maestri che lavora troppo in modo teorico e poco sul campo. Bravissimi
a formare ragazzini dai 10 ai 15,16 anni, ed infatti i nostri giocatori
sono spesso eccezionali sul lato tecnico; poi non hanno gli strumenti
adeguati per fargli fare il passaggio al professionismo. Errata era la
concezione di una federazione che forma i ragazzini, lasciandoli poi,
maggiorenni, a farsi le ossa sul circuito. E' proprio nel passaggio che
invece è fondamentale avere accanto un ex giocatore, ancora giovane, motivato
e voglioso di viaggiare. Infantino suggerisce la via argentina: unirli
a gruppi di due, tre giocatori, non di più. Un piccolo team, che li protegge
da un lato e li stimola dall'altro. Ma quando uno esplode, elevando molto
il suo rendimento rispetto agli altri, allora ci vuole la scelta dolorosa
di seguirne uno da solo, perché avrà esigenze diverse.
Così lavorano gli allenatori argentini di successo. Infantino ha fatto
gli esempi di come quasi tutti gli ex buoni giocatori argentini dagli
anni settanta ad oggi sono adesso buoni coach, con una cadenza di rinnovo
decennale. Non erano campionissimi, ma gente che a sua volta aveva lottato
per arrivare li, con esperienza e sacrificio; ragazzi ancora giovani,
motivati, disposti a sacrifici molto simili a quegli di un giocatore,
che conoscono l'ambiente ed i tornei. Quindi: carenza di allenatori moderni,
non maestri di tennis; è cambiato il ruolo e la funzione del coach negli
ultimi 20 anni, ma in Italia non se ne sono accorti.
Io condivido abbastanza questa posizione, anche se con alcuni appunti.
Spero che un giocatore come Pozzi, per esempio, possa essere il primo
vero artefice di una rinascita del nostro tennis. Spero che l'ottimo Gianluca,
persona pacata, preparata ed esperta, voglia provare a seguire uno/due
ragazzi di 18 anni, portandoseli a giro, insegnando loro come si vive
da pro e come ci si fa le ossa, seguendoli passo passo. Provare a costruire
un rapporto moderno ed efficiente, e sperare che il materiale umano sia
buono!
