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Focus - Approfondimenti

Correre al Roland Garros

6/6/2010

Justine Henin al Roland Garros 2010 - foto di Marco Mazzoni

Le emozioni che ti lascia dentro un torneo del grande Slam sono uniche, irripetibili. Tanto che ogni volta l'ultimo vissuto pare il più bello di sempre, il più magico. Arrivano a dirlo anche coloro che di Slam ne hanno vissuti un numero a tre cifre, parlottando confidenzialmente davanti a un buon (? magari...) caffè preso al bar del centre court. Pardon, del Philippe Chatrier, visto di Parigi si tratta e l'anglofonia qua non è graditissima, a stento tollerata. A noi, che più giovani abbiamo iniziato il cammino dentro a questo mondo fantastico, resterà indelebile il ricordo di questo Slam, di questo Roland Garros 2010. Noi che non avevamo visto le gesta di Panatta 34 anni fa, ultimo azzurro a vincere uno Slam, potremo raccontare di aver vissuto l'impresa di Francesca Schiavone, di aver corso per i viali affollati dell'impianto per dirigersi verso un suo match o quello delle potenziali rivali; di aver ascoltato con sorpresa crescente le conferenze stampa della milanese, che con il consueto disincanto ha irretito tutti, francesi compresi, per il suo verace modo di essere, anche dopo cotanta vittoria, del tutto inattesa. E chi l'avrebbe detto, onestamente, dopo che l'aveva scampata grossa all'esordio contro la Kulikova, vittoria tirata, in rimonta. Ci aspettava il derby fratricida con la “Penna”, invece è arrivata la fascinosa Wozniacki. Forse meglio per la “Schiavo”, perché il derby sarebbe stato vissuto forse male, chissà, troppo intensamente. Mentre la danese non ci era piaciuta, a tratti lenta, poco lunga nel palleggio, battibile anche se il ranking brillava con un n.3 dorato quanto la sua folta chioma. “Woz” resta una delle ragazze più ammirate. Orde di giovani (e non...) le correvano dietro in ogni trasferimento all'interno del Roland Garros, e nonostante la security fosse più che presente lei è stata sempre molto cordiale, restando vari minuti a firmare gadget vari e dispensare sorrisi giocosi. E poi via di corsa, scattando agile come una gazzella nei meandri segreti dello spogliatoio, o fuori dall'impianto sulla Peugeot 3008 della transportation, diretta nel sushi bar preferito insieme all'amica Vika Azarenka. Tutti a Parigi corrono, è l'immagine che ti resta più impressa. E non si corre solo in campo, ringhiando verso quella palla zozza di mattone tritato. Tutti corrono. Corrono i solerti addetti dello staff, mai li coglierai placidi nel dolce far niente perché il torneo deve funzionare come un orologio; i coach che approfittano dei tempi morti per spiare i rivali; i giocatori che amano il contatto con la folla, ma che poi scappano via; il pubblico, perché per molti di loro il Roland Garros è una esperienza che dura da mane a sera, e quindi non c'è da perdere nemmeno un attimo senza gustarsi dritti, rovesci e scivolate. La corsa di Francesca non ha avuto freni, come quella di un purosangue che sente i battiti del cuore via via più forti, ritmici, scandisce passi in frequenze altissime, appoggi sicuri a mangiare la pista verso il traguardo, da tagliare prima di tutti, vincente. Correre. Ora lo possiamo dire, questo verbo è il più abusato durante uno Slam, durante Parigi. Sei sul campo1, bellissimo, arena circolare, raccolta, in cui il suono della palla è unico, sinfonia meravigliosa per le nostre orecchie. Mentre te ne stai guardando in santa pace Djokovic - Nishikori, ammirando il clamoroso anticipo in salto del nipponico e il caos totale nel gioco di Nole (tra momenti di grandeur e cali inspiegabili di intensità), arriva un messaggio sull'IPhone: “Pennetta al secondo set”. Corsa disperata sul campo7, dove un'hostess decisamente carina ci fa spazio tra due ali di folla semi-inferocita perché non si riesce a passare. Un “Ao', e 'mo fatece entrà!” tuona al cambio di campo, la tribunetta esplode e non c'è posto nemmeno per i giornalisti, italiani e non. Un fotografo giapponese simpaticissimo, una sorta di hippy del 2000, ride sotto i baffi, gustandosi la fiumana colorata di tricolore che esce ed entra, scattando poi con sapienza i rovesci in anticipo di Flavia, che però non ce la farà a sconfiggere Caroline. Di corsa, di nuovo, perché altri big sono in pericolo, e c'è da vedere l'ultima benedizione, la loro faccia stravolta, per poi girare il coltello nella piaga in sala stampa con domande scomode, che spieghino la debacle. Così per Novak “Nole Djokovic, sempre più Djoker e meno winner col suo tennis. Il suo ostentare sicurezza mal cela il coacervo di dubbi che fanno a cazzotti nella sua testa. Vince, ma non convince mai. Il servizio è andato del tutto in tilt, colpisce la palla troppo dietro cercando un inutile kick; anticipa meno del solito, lotta come una bestia ferita al primo break subito, e vince di stenti, ma è troppo poco per alzare una coppa dei Moschettieri. Dov'è finito il Nole che scappava da un colpo all'altro come un cartoon, onnipresente in ogni angolo del campo neanche fosse l'undicesima incarnazione di Vishnu, mentre arrivava in anticipo su ogni palla? Mastica amarissimo Nole. Quasi stizzito per domande non brillantissime su chi fosse il suo ciclista preferito al prossimo Tour de France, gli chiediamo se il blackout nel suo tennis non derivi da quelle pause d'intensità in cui crolla all'indietro, perde un metro di campo e diventa conservativo, non anticipa più e quindi la palla non gli cammina, e lottando troppo disperde preziose energie. Il suo sguardo allora si accende, chissà forse anche il suo cuore pulsa per un attimo più forte quando ci guarda dritto negli occhi e dalle sue labbra esce un perentorio “That's the point... you got it” che tuona nella sala come una sentenza. E che dire di Murray? Impresentabile contro il pazzerello Gabashvili, uno che ha talento e il gene della follia dentro. Ci ha fatto quasi pena l'highlander scozzese, tanto che non abbiamo voluto infierire nel dopo partita. Ci si aspettava molto, forse troppo, da Justine. Vederla dal vivo, soprattutto a Parigi dove s'è rivelata al mondo e ha scritto la storia del tennis, è e resta pura estasi, anche in questa versione mignon 2010. A chi apprezza il tennis più puro, a chi ama ascoltare in silenzio il suono dei suoi impatti e ammirare l'antica danza del suo rovescio, Henin a Parigi è quasi il massimo della vita. Pazienza se non ce l'ha fatta, se la violenza del dritto della Stosur ce l'ha sbattuta fuori troppo presto, quando già gustavamo una sfida con Serenona, rivincita della finale di Melbourne. La belga del resto aveva forse già dato nel match durissimo contro Masha, non bello ma emozionante, di nuovo rovinato dal maltempo di una Parigi troppo grigia per esser vera. Justine è il tennis, incarna come nessun'altra la tecnica di questo gioco, ma rientrata da pochi mesi ha le batterie made in china, non made in Duracell. Correva Justine, ma correva a vuoto, rincorrendo una palla troppo veloce per le sue gambette sfiancate. Abbiamo sofferto con lei, nei suoi scatti verso il vuoto, ma chissà che la sua sconfitta non sia sta determinante per una vittoria così azzurra, a noi oggi così cara. Nadal al Roland Garros 2010 - foto di Marco Mazzoni Correre come Justine, a volte a vuoto come lei perché i messaggi sull'IPhone arrivano troppo tardi, l'impianto è grande e solo un amico telecronista aveva il dono dell'“obliquità”. Allora, persa l'occasione, ci si rilassa qualche minuto tra gli stand, magari approfittando di un gelato nonostante i 5 euro per due palle di un sapore non identificato ma indispensabile ad abbassare la calura dopo tanto correre. E fa strano vedere che il Principe Alami è li in fila con te, lo ricordate? Tennista marocchino dei '90, bello come il sole nel suo completo Hugo Boss di seta beige, attorniato da uno stuolo di teenager ammiccanti, mentre dispensa sorrisi compiaciuti sorseggiando il suo drink nel bar antistante all'area ristorante Vip. Proprio lì c'è uno degli Shops ufficiali, uno dei 10 (o forse di più) dove ci si può portare a casa un pezzo di torneo, un ricordo tangibile di un'esperienza vissuta correndo. Peccato per i prezzi da rapina, “ogni anno è sempre peggio, tra poco per una giornata ci vuole un leasing” intona una voce baritonale, dal classico accento genovese. Però, per variare dopo mille corsa tra i vari campi, è divertente entrare e uscire dagli stand commerciali, facendo finta di nulla e osservando con nonchalance le novità che il mondo del tennis propone al pubblico, tra maxischermi roboanti, le classiche racchette da prendere in mano e swingare a vuoto, gadget classici e bizzarri. O i completini all'ultimo grido, come quello integrale di Venus che a malapena contiene i suoi seni all'uscita del movimento del servizio. Di lei, che con insospettabile malizia ha giocato molto su forme e trasparenze, ci resta proprio questo, perché ha deluso ancora una volta sul rosso. Come Maria Sharapova, bellissima e stranamente quasi simpatica in press room, una sorpresa. Ammiriamo anche la novità del tennis in 3D, che proprio quest'anno ha debuttato a Parigi. Carina, ma non sconvolgente, soprattutto per chi è astigmatico e vede il tutto un po' sballato... Pazienza, i guru dell'Hi-tech ovvieranno anche a questo, prima o poi. Passano i giorni, e si corre. Alla mattina per prendere la metro, linea 10, sino alla fiumana che alla fermata di Porte d'Auteuil scende composta dirigendosi sul vialone del Bois de Boulogne. Il sistema dei biglietti elettronici ha scoraggiato molti bagarini nordafricani, ma qualcuno c'è ancora, cercando l'improbabile affare. Una ragazzina colombiana che sogna di esser Shakira ma vestita di tutto punto Nike in stile Nadal (!) ci introduce al toro di Manacor, che avanza sicuro nel torneo, forte del suo cammino immacolato durante la stagione sul rosso. Troppo distratti dalle azzurre, dalla sfida delle sfide Henin vs Sharapova, da un Roger enigmatico, quasi ci si dimentica che il padrone del torneo è lì a ringhiare sicuro, menando i suoi fendenti col pilota automatico. Vedendolo giocare sul Chatrier si avverte una presenza fisica. Un'aura di imbattibilità arriva su in alto fino alla tribuna stampa. Eppure durante i suoi match si ciarla coi colleghi spagnoli, “la sua palla non pare così lunga e consistente come due anni fa”, “pero està ganando bien...” ribatte sicuro Ramon, che guarda lontano. Guarda alla domenica decisiva, in cui Rafa sarà lì, per la quinta volta a lottare per il suo torneo, la sua coppa, quella scippata l'anno scorso da una maledetta primavera. E così sarà. Nemmeno il Soderling deluxe che ogni anno scende bene dal letto a Parigi potrà nulla, demolito da un pressing costante, meno spettacolare di altre edizioni ma preciso come una sentenza. Rafa appare meno pesante, più asciutto e se possibile ancor più scultoreo nella sua virile forza. Una danza mai banale la sua, un giocare intorno agli avversari con una sagacia tattica propria di chi si sente superiore; con un margine di sicurezza così ampio da arrivare alla noia in certi momenti, quasi che alcuni break subiti avessero l'effetto di una sveglia mattutina. Mai s'è vissuto un vero duello a distanza con Federer, che di par suo ostentava sicurezza, certo di issarsi di nuovo alla domenica finale, ma che invece non c'era piaciuto. Roger è il solito incantatore di serpenti, regala momenti di sinfonia tennistica così alta da abbagliarti, e farti dimenticare la sostanza che non c'era. Tocchi vellutati, perché “amo Parigi, qua si sta benissimo, anche la mia famiglia. E poi mi piace giocare sulla terra, il cemento è la superficie più dura, dopo un match lungo si sente di più la fatica; la terra oggi è la superficie più divertente, perché si può variare di più il gioco...”. Allora vincerai tu Roger, tu che sai variare più di ogni altro? “I Do”, risponde. “Ma non hai vinto un torneo sul rosso quest'anno, mentre Nadal ne ha vinti 3 di fila, puoi batterlo Roger?”, “I Do”, risponde di nuovo, quasi sprezzante all'incauto giornalista asiatico, fulminato con lo sguardo per aver anche solo dubitato. Però Roger non era quello del 2009, nemmeno lontano parente. E Robin quest'anno, senza il patema della prima finale Slam, l'ha affrontato a muso duro nei quarti, aggrappato alla forza del proprio servizio, con cui ha demolito le (poche) certezze del Federer 2010. Robin non ha paura di nessuno. Se lo incrociavi per i corridoi della sala stampa ti pareva che emanasse energia, era carico come una molla, sicuro come mai, sereno nella sua follia. Sornione Magnus Norman, il suo coach, parlava con la stampa nazionale, a voce bassa, coccolando il pupillo, “può essere la volta buona”. Gli faceva eco Wilander, che insieme ad altre vecchie glorie come Leconte, McEnroe e Vilas si aggirava sorridente per i corridoi, sfoggiando camicie dai colori improbabili. La pioggerella che nel 2009 aveva bagnato il volto piangente di gioia di Roger, quest'anno ha enfatizzato la derrota fatal. Soderling, l'uomo che cancella i record. L'anno scorso ha detronizzato il Re del rosso, interrompendone la striscia a Paris; quest'anno s'è tolto la soddisfazione di detronizzare il Re del circuito, interrompendo la sua striscia di semifinali Slam consecutive (23, mostruoso!), e rendendo proprio a Rafa quel n.1 che gli aveva tolto giusto 12 mesi fa. Il cerchio s'è chiuso. “Giustizia è fatta!” grida un pretoriano di Rafa all'uscita del Roland Garros, avvolto in una bandiera spagnola che colora di nuovo Parigi.


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