21/08/2009
David Nalbandian sta per riprendere la racchetta in mano dopo l'operazione
all'anca a cui s'è sottoposto lo scorso maggio. L'intervento era stato
rimandato per alcuni mesi, sperando che il recupero potesse avvenire attraverso
la fisioterapia; tuttavia una serie di ricadute, l'ultima patita al torneo
dell'Estoril, ha reso necessario ricorrere "ai ferri" per risolvere definitivamente
il serio problema infiammatorio all'anca David Nalbandian sta per riprendere
la racchetta in mano dopo l'operazione all'anca a cui s'è sottoposto lo
scorso maggio. L'intervento era stato rimandato per alcuni mesi, sperando
che il recupero potesse avvenire attraverso la fisioterapia; tuttavia
una serie di ricadute, l'ultima patita al torneo dell'Estoril, ha reso
necessario ricorrere "ai ferri" per risolvere definitivamente il serio
problema infiammatorio all'anca, che ormai si trascinava dall'autunno
scorso e che non gli permetteva più di allenarsi e giocare al suo meglio.
In Portogallo Nalbandian era arrivato a zoppicare vistosamente dopo l'ultimo
match (perso malamente). Non era più possibile continuare con dosi massicce
di antidolorifici senza ottenere risultati soddisfacenti. Dopo qualche
settimana di silenzio, l'ex top10 è tornato a parlare in Argentina, dove
si trova per la riabilitazione. In un'intervista al magazine Telam, ha
assicurato che tutto sta procedendo per il meglio e che non è affatto
in dubbio il suo ritorno in campo con la massima efficienza fisica, come
alcuni in patria avevano supposto in primavera, parlando apertamente di
carriera a rischio. Il 27enne di Unquillo ha dichiarato: "Il recupero
procede molto bene, anche meglio del previsto. Sto bruciando le tappe,
andando leggermente più veloce del protocollo di riabilitazione a cui
i miei medici stanno attenendo strettamente il lavoro. Sono tre mesi che
faccio terapia e allenamento fisico, ora inizio a sentirmi piuttosto bene,
vedo i risultati del duro lavoro che sto facendo da settimane".
L'infortunio e l'operazione
L'operazione a cui è stato sottoposto David lo scorso 13 maggio è piuttosto
delicata: i medici sono intervenuti all'anca per ricomporre parte della
cartilagine, che ha come funzione quella di ammortizzare il peso scaricato
nella corsa sul femore. Un eccesso di logorio patito dall'articolazione
(...forse anche per la "stazza" di David, unito ad una condotta non sempre
al massimo sotto il profilo dell'allenamento fisico...) aveva portato
alla rottura di parte della cartilagine, con conseguente infiammazione
dell'area, dei tendini e dei nervi. Infiammazione che arrivò ad "addormentare"
tutta la gamba di Nalbandian, impedendogli non solo la pratica del tennis
agonistico ma perfino una normale camminata a riposo. Un problema generalmente
molto grave, a tutti i livelli, ma soprattutto in uno sport come il tennis
in cui la capacità di muoversi bene è diventata spesso il vero "winner",
visto che la palla in campo corre sempre più veloce e angolata. Un infortunio
simile, ma più grave, ha distrutto la carriera di Guga Kuerten, oltre
che mettere a forte rischio quella di Lleyton Hewitt, da poco tornato
con un certo successo sul circuito, ma non ai fasti di un tempo. E molti
altri tennisti hanno patito all'anca: Norman, Vinciguerra e molti altri.
La colpa di questi ripetuti infortuni viene attribuita ad una serie complessa
di fattori, tra cui spiccano i troppi match giocati su superfici dure,
unita alla nuova tecnica "open stance" in cui il tennista colpisce il
dritto molto frontale, andando in rotazione e facendo perno proprio sull'anca
aperta. Non è tuttavia il caso di Nalbandian, che tende a giocare non
così frontale sul dritto, come Kuerten, ad esempio. Continua Nalbandian:
"E' stato difficile prendere la decisione di operarmi, ho tentato di tutto
per risolvere il problema senza ricorrere all'operazione, ma ad un certo
punto la decisione era giocare o non giocare. Penso di aver preso la decisione
giusta anche se l'operazione è delicata e non sempre ha dato esito risolutivo.
Ora so che non devo aver fretta di tornare. Dopo alcuni mesi, la prossima
settimana tornerò finalmente in campo. All'inizio saranno solo esercizi
facili, un 20 minuti massimo, per assaporare di nuovo il campo e vedere
come reagisce l'anca. Devo stare molto attento nella prima fase a non
esagerare, e non eccedere con i movimenti più stressanti per l'articolazione
come i cambi di direzione, quelli propri del tennis purtroppo...".
"Tornerò quando sarò pronto"
David appare rilassato. Ha voglia di tennis, scalpita, gesticola per esprimere
i suoi concetti, ma poi torna serio, e afferma di voler fare le cose perbene,
perché il suo obiettivo è tornare al 100% e vincere. Uno slam e magari
la Davis che gli è scappata lo scorso anno quando era lì a portata di
mano. "Non ho alcuna intenzione di affrettare i tempi, voglio seguire
al meglio il protocollo di recupero, e fare tutto il necessario, passo
dopo passo. Guardo in prospettiva, l'idea al momento è tornare in piena
forma per l'Open di Australia del prossimo gennaio. In questo momento
la mia vita è molto tranquilla, sono nella mia Cordoba, tra famiglia ed
amici. Vivo alla giornata senza viaggi, lavoro per recuperare e solo mi
prendo un giorno a settimana per andare a pescare, il mio hobby. Vedo
il rientro ancora lontano nel tempo, così alla fine i tornei non mi mancano
molto. Via via che sarò più vicino al recupero e tornerò a lavorare quotidianamente
in campo, di sicuro l'ansia di voler tornare nel circuito tornerà. Il
mio obiettivo? Stare bene ovviamente, e con la salute tornare stabile
tra i primi 10 del mondo, dove ero prima dell'infortunio; competere per
vincere un torneo dello Slam e anche la coppa Davis, che resta il mio
sogno".
Autocritica, questa sconosciuta
Proprio sulla Davis (argomento molto sentito in patria) segue una dichiarazione
pacata e "politicamente corretta" sulla brutta pagina della finale 2008,
persa malamente in casa contro una Spagna orfana di Nadal. Alla domanda,
David taglia corto. Dice che con Del Potro (con cui ebbe un acceso scontro
nei giorni della finale) tutto è a posto; che tra di loro "parlano di
quello di cui c'è da parlare" e che non ci sarà nessun problema in futuro.
Traduzione del cronista: le cose non sono poi così risolte... di sicuro
i due non si amano, e vista l'imperiosa ascesa di Juan Martin sul circuito,
miglior argentino al momento e con ampie prospettive di crescita, chissà
che anche in futuro nella nazionale albiceleste i problemi non prendano
di nuovo il sopravvento. Sarebbe l'ennesimo suicidio di una delle nazionali
potenzialmente più forti al mondo. Si prosegue, chiedendo se in questo
momento di pausa ha guardato indietro alla sua carriera, se sente che
qualcosa poteva esser fatto meglio o diversamente. Ma David preferisce
guardare avanti, dicendo di esser totalmente proiettato al futuro, perché
si vede ancora forte e vincente, e che la parola fine è molto lontana.
Svicolo alla domanda? Stessa risposta per i vari cambi di coach avuti
in passato: David è convinto di aver un gioco solido, e che con ogni allenatore
ha lavorato per affinare particolari senza mai stravolgere alcunché, perché
"il mio è un tennis completo, l'importante è stare bene ed entrare in
campo sereno, poi sono in grado di giocarmela con tutti, in ogni torneo".
Ostenta davanti alla penna del cronista una sicurezza che in campo gli
è mancata in troppe occasioni.
Perdente o vincente?
Queste le prime parole di Nalbandian dopo la delicata operazione. Chi
pensava che fosse perso tra rally, canne da pesca e quant'altro, lontano
anni luce dal tennis, rimarrà deluso. Pare che l'argentino abbia ancora
fame di vittorie, nonostante i 27 anni e diversi successi. Diversi sì,
ma senza l'acuto, quello che ti rende immortale. Ha nella sua bacheca
un Master vinto nel 2005 contro Re Federer, ma dalla sua carriera avrebbe
potuto ottenere molto, molto di più. Ricordiamo quelle settimane magiche
nell'autunno del 2007 quando per un mese fu virtualmente il primo giocatore
del mondo, battendo, anzi, dominando uno dopo l'altro Federer, Nadal,
Djokovic e qualsiasi malcapitato dall'altra parte della rete, annichilito
con un tennis quasi perfetto per potenza, precisione e onnipotenza tecnica.
Nalbandian quando è "centrato" nei suoi colpi ed in campo viaggia a pieno
regime è un tennista fantastico. Non ha veri punti deboli. Forse il servizio
è l'unico colpo non alla pari con il resto del repertorio tecnico; nessuno
ha un rovescio bimane come il suo, così forte da domare il tennis di Federer
più volte e quello di Nadal idem. Andate a vedere gli head to head, troverete
un solo giocatore in grado di sconfiggere spesso e volentieri i due dominatori
del tennis contemporaneo nei loro momenti migliori: è proprio David. Governa
lo scambio da sinistra in totale scioltezza, passando da rotazioni consistenti
ad accelerazioni fulminanti, il tutto in notevole anticipo. Così ha domato
spesso Federer. Il modo in cui "tira giù" i pallettoni velenosi di Nadal
senza apparente sforzo, tagliando il campo al pugnace maiorchino non ha
eguali sul circuito. Ricordiamo che David vanta 10 successi in carriera
(e 10 finali perse); una finale a Wimbledon nel 2002, arrivata forse fin
troppo presto quando non era ancora consapevole della sua forza; una semifinale
allo Us Open 2003, persa in un match che ancora fa discutere perché una
chiamata troppo "casalinga" nel tiebreak del terzo set (avanti di 2) contro
Roddick gli costò probabilmente la coppa: ad attenderlo in finale ci sarebbe
stato un Ferrero piuttosto provato.
Un campione a metà
Cosa è mancato a Nalbandian per esser il vero n.3 del mondo, visto che
de facto lo è stato per diverso tempo durante il dominio del duo Federer-Nadal?
Certamente ha pagato un gap fisico con il vertice della truppa. Grande
talento e completezza tecnica, capacità di adattarsi come pochi altri
a tutte le superfici, ma spesso David è parso "pesante" in campo, poco
reattivo. E quando le gambe non seguono di pari passo il braccio fulminante,
allora David si trasforma da Dr. Jackill in Mr. Hyde. Diventa apatico
e remissivo, oppure irascibile, polemico, alla ricerca in campo di un
inutile alibi per celare a se stesso i motivi di tante sconfitte. Strutturalmente
paga dei limiti, è l'antitesi dell'atleta naturale. Troppo massiccio come
struttura e nemmeno resistente ai ritmi folli che sono necessari per primeggiare
di questi tempi sull'Atp tour e soprattutto negli Slam; ma siamo sicuri
che abbia sempre "sputato sangue" negli allenamenti per restare in forma?
Una pancia a volte sospetta e troppe uscite al primo turno sono forse
il segnale di periodi in cui la forma atletica è stata un miraggio, con
conseguenze nefaste sui risultati. Ed anche i continui cambi di coach
forse sono più che un indizio. Tuttavia ritengo che anche mentalmente
il nostro David non sia stato sempre all'altezza della situazione. Più
volte occasioni irripetibili sono state letteralmente gettate al vento,
e non c'è gambe che tengano a spiegare le debacle. Emblematica proprio
la semifinale dello US Open 2003: dopo la contestazione per la palla dubbia,
chiuse bottega; oppure la scorsa finale di Davis, che gli argentini credevano
di aver già in tasca e che hanno regalato agli spagnoli soprattutto per
problemi fuori dal campo. Era una competizione a squadre, ok, ma la testa
lì conta, eccome.
La coppa che ti cambia la vita
Chissà che forse con un Major vinto, magari quello Us Open, non sarebbe
cambiata la sua carriera. Uno Slam poteva forse dargli quella convinzione
definitiva dei suoi mezzi straordinari, convinzione che a volte s'è persa
per strada, inspiegabilmente, in black out improvvisi e dolorosi. Oppure
chissà che una grande vittoria non avrebbe tirato fuori del tutto la parte
oscura del suo essere, quella che lo fa correre come un matto nei rally
o addirittura buttare da altezze improponibili con il bungee jumping.
Adrenalina pura. Una voglia matta di giocare al massimo, come quando in
campo non accetta mai la soluzione di compromesso, preferendo tirare la
pallata improbabile piuttosto che esser messo sotto. Di certo il suo carattere
non è proprio quello del ragazzo docile, e non le manda a dire. Tanto
che nelle "ingessate" interviste a tema sull'Atp tour, in cui vengono
dette dai vari tennisti le più basse banalità, David è l'unico che ha
il coraggio di dire: "Amici sul circuito? No, i miei amici sono a Cordoba,
sul circuito c'è rivalità, non amicizia". Personalmente mi auguro che
Nalbandian confermi in campo i propositi di voler rientrare al massimo
livello, perché il suo tennis quando gira al massimo è garanzia di spettacolo,
e perché sono sicuro che qualcosa manchi ancora alla sua carriera.
(articolo pubblicato anche su Ubitennis, il portale di Ubaldo Scanagatta)
