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Focus - Approfondimenti

Claudio Grassi, il globetrotter

29/1/2008

Claudio Grassi davanti al negozio di famiglia Tennis Corner Club E' appena passato il natale, fa fresco. La Versilia è magica anche in inverno, addobbata con alberini ricchi di luce. Non c'è molta gente a giro nel primo pomeriggio. Parcheggio davanti al negozio di Giovanni Grassi, padre di Claudio, ventiduenne tennista che naviga sotto la 500sima posizione ATP, ma ha ancora voglia di crescere e girare nei posti più remoti, a caccia di punti in classifica ed esperienze vere. Conosco un ragazzo semplice, sereno, con i piedi per terra. Mi racconta con leggerezza la sua vita, dedicata 100% al tennis, in giro per il mondo con il sacco in spalla. Mentre ci accingiamo a fare l'intervista, arriva per puro caso un corriere. Si, sono proprio loro, le racchette dall'Austria, che dopo anni di richieste insistenti del padre (negoziante specializzato e molto preparato in materia) hanno finalmente deciso di customizzare proprio come vuole Claudio. Si apre il pacco tra ampi sorrisi. Brillano gli occhi del ragazzo, vede realizzato il sogno di poter brandire la racchetta ideale. 8 telai nuovi fiammanti, bellissimi, avvolti nel cellofan, già con la nuova serigrafia 2008, quella che Head sta distribuendo ai suoi testimonial per l'inizio della stagione. Mi spiegano le notevoli differenze col modello sul mercato, non solo il disegno, ma il ponte, i materiali, il bilanciamento, "queste qua sono come delle Ferrari, son fatte nello stabilimento madre, non chissà dove… e proprio come le volevamo noi!". Claudio coccola quelle meraviglie, strumento di lavoro e compagne di viaggio. Da queste piccole cose capisci la passione. Conosciamolo, per capire i problemi di un ragazzo che cerca di emergere con le proprie forze ed il sostegno dalla famiglia, visto che con i soli prize money ancora non ci si fa.

Per cominciare, una piccola presentazione per chi non ti conosce
Ho iniziato a giocare a Carrara al Club Nautico a 6 anni. Io amavo il calcio, ma mio padre ha spinto perché il tennis diventasse il mio sport, e via via lo è diventato. Buoni risultati nei tornei provinciali, ma decisivo è stato l'incontro col il maestro Mammoli, che dai 14 ai 16 anni mi ha fatto fare un salto di qualità. Giocavo al Tennis Calatella, in poco tempo sono diventato uno degli junior più forti d'Italia classe '85, ero tra i primi tre. Ho giocato diversi tornei con Bolelli, siamo buoni amici ed abbiamo condiviso molte competizioni insieme da junior, con bei successi. Poi una breve apparizione da Vavassori, con cui non ho legato ed ho deciso di cambiare, scegliendo l'accademia di Castellani.

Sulla guida ITF, alla tua scheda personale, parlano di Ambidestro… Ma come giochi?
Si, quella cosa li l'ho inserita io stesso (…ridendo…). Servo con la mano sinistra, da entrambi i lati, ma poi gioco con la mano destra. Dritto classico ad una mano, il rovescio bimane. Anche lo smash lo faccio con la mano sinistra, in pratica gioco da mancino tutti i colpi sopra la testa. Non è più difficile coordinarsi così? Non per me, mi viene naturale. Gioco un tennis aggressivo, mi piace giocare sul veloce, far correre la palla, non amo la terra. In Italia c'è una schiacciante predominanza di tornei su terra, e questo mi costringe a girare moltissimo per "cercare" le superfici rapide. Riesco a giocare a Piombino, non lontano da casa, sul cemento, e poi in Sardegna, dove si gioca sempre sul duro. Pochissimo rispetto al numero di eventi in Italia.

Classe 1985, da quanti anni sul tour?
Seriamente, gioco da tre anni, impegnandomi al 100%. Sui 17-18 anni ho avuto un periodo di crisi, mi sono preso una pausa di riflessione. La famiglia lì mi ha molto aiutato, lasciandomi il tempo per pensare, senza darmi fretta. Era un momento difficile, di crescita personale, con tanta incertezza sulla strada da prendere. Ero uno junior "forte", avvertivo pressione su di me, aspettative, non solo da parte della famiglia. A livello junior vincevo con facilità. Il passaggio ai primi eventi "pro" è stato drastico, mi sembrava di giocar bene ma non vincevo più! Quello che prima era naturale ora diventava complicato, non capivo quello che dovevo fare per vincere, e ancor più grave non mi divertivo più. Così ho staccato. Dopo qualche mese m'è tornata la voglia di provarci, ho parlato con mio padre, ed abbiamo deciso di ricominciare. La scelta di Castellani è stata decisiva per me.

Parliamo proprio di Alberto Castellani, tecnico stimato che ha un approccio quasi "filosofico" al tennis.
Alberto è un secondo padre per me, una giuda insostituibile. Sono quasi sei anni che mi alleno alla sua accademia, abbiamo un rapporto splendido. Lui più che il lavoro sul campo privilegia l'aspetto mentale. Arrivati ad un certo livello tutti sanno giocare a tennis; la differenza viene dal come si sta in campo, il saper fare la cosa giusta al momento giusto, gestire la pressione, la fatica, l'emotività. Alberto è quasi uno psicologo, lavoriamo su questo aspetto. Nell'accademia ci sono diversi tecnici, come Vespian e Rossetti, ognuno segue un'area specifica. Alberto ti segue in tutto, ma non fa sconti. Un esempio? Nel recente challenger di Todi, in cui era coinvolto, non mi ha "regalato" una wild card essendo io membro della scuola, no, uno le cose se le deve meritare.

Parliamo della tua recente vittoria in Namibia, il tuo primo successo in un Future, raccontaci qualcosa di questa esperienza tennistica in un posto dove ci si immagina un safari, non un torneo di tennis!
Si finisce per giocare ovunque, anche in posti impensabili come Centro America, Asia, Africa, luoghi bellissimi, vivi. Aspettavo da tanto tempo una vittoria, che arrivasse la settimana giusta, quella in cui tutto ti gira bene. Sul finale di stagione inizi a sentire la fatica, anche mentale, per un'annata in giro per il mondo, con viaggi lunghi e pochi risultati. La trasferta africana era iniziata bene, con i quarti in Sud Africa, dove ho perso contro Matteo Volante, giriamo spesso insieme, abbiamo classifica simile. Siamo buoni amici, ma poi in campo non si deve far sconti a nessuno. Lì prima ero carente, non riuscivo ad esser cattivo in campo al 100%, come contro ad uno sconosciuto. Dal Sud Africa alla Namibia, vedo il tabellone e becco al 2°turno il russo che aveva vinto in Sud Africa… altro mio errore che ancora commetto: mai guardare il tabellone, ci si mette pressione da soli! Vedo che incontro una wild card, magari uno scarso, …ma se poi ci perdo, oddio, devo chiamare e dire che ho perso ancora contro uno sconosciuto. Ecco come ti metti la pressione da solo e le cose non vanno. Alberto (Castellani) mi ammonisce "Partita per partita, pensa al match, e nient'altro", ed ha tutta la ragione. Errori che in passato mi hanno penalizzato, ma che sto superando. In Namibia è andata bene, ho giocato libero, lottando con vittorie al terzo set, crescendo match dopo match. La gambe giravano, sentivo bene la palla. Volevo la vittoria, ne sentivo la mancanza creandomi ulteriore pressione perché non arrivava mai. Finalmente ho vinto il mio primo torneo importante. Un Futures, si, ma badate bene che la competizione è alta. Tutti vogliono emergere, ed anche se il livello non è eccezionale, la lotta è tremenda. Nel tour ci si fa tanti amici, però ho sentito anche una certa "ironia" da parte di qualcuno che è arrivato a dire cose tipo "…è andato fino in Namibia per vincere un torneo…" cose che poi passano, ma non ti fanno piacere… le amicizie le vedi dalla parola giusta quando serve. Ci sono tante difficoltà nel giocare in posti simili, bisogna trovarcisi, cose inimmaginabili. A volte niente funziona, c'è grande disorganizzazione, si riposa in posti strani, e quasi sempre si viaggia da soli, perché portarsi il coach dietro costa tanto. Nella trasferta africana ero con Steven Savino dell'Accademia, che non seguiva me direttamente ma altri ragazzi. Dopo la vittoria sono andato in Botswana, ma ero scarico, la stagione iniziava a pesare.

Claudio Grassi davanti al negozio di famiglia Tennis Corner Club Difficile sbarcare il lunario stando nelle retrovie, hai fatto un budget annuale di quanto ti costa una stagione?
Devi chiedere a mio padre, che mi sostiene economicamente e non solo. Una annata, tra viaggi, accademia e tutto può costare intorno ai 40mila euro, tanti. Con la mia classifica si sta sotto, e non di poco. Sarebbe importante uno sponsor che ti sostiene, per non parlare della federazione… Qua ti seguono finché fai i tornei junior a squadre, allora ti tengono come un re. Poi passati i 18 addio, ne scelgono uno, magari due, e gli altri? In Francia almeno fino ai 23 anni creano dei team e ti seguono, qua no. Con le vittorie mi ripago a volte i viaggi, per esempio con la vittoria in Namibia ho fatto pari coi costi della trasferta, e non succede quasi mai. Diventa fondamentale allora l'appoggio dei circoli. Io ho trovato un grande sostegno del TC Napoli, bellissimo circolo, gente che ama il tennis e che vuol crescere. Gioco per loro la serie C, vogliano salire in A1, sono ambiziosi e pagano abbastanza bene i loro giocatori. E' un supporto fondamentale, ti seguono e ti aiutano anche se hai problemi fisici (Claudio è stato sotto cura di un importante podologo per problemi ai piedi - ndr). Sono i circoli che ti chiamano, si gioca volentieri, ma soprattutto per l'ingaggio, che a fine stagione è fondamentale.

Come organizzi la stagione? Hai un'idea del tuo 2008?
Ora che sono salito in classifica proverò le quali nei Challenger. So che sbatterò la faccia, perché il livello è superiore, ma è l'unica strada. Nei Futures c'è competitività, ma sono match "giocabili". I Challenger sono uno scalino più alto come intensità. Fisicamente sono tutti molto forti, hanno dei tempi di recupero mostruosi, anche dopo scambi a tutta non gli manca mai il fiato, e mentalmente non puoi mollare per 10 minuti che già ti trovi uno o due break sotto. La programmazione è fatta mensilmente, perché valuti la forma fisica e la convenienza a giocare in una serie di eventi piuttosto che un'altra in relazione alla classifica. All'accademia mi indirizzano, ma poi giro da solo; non sempre viaggio con qualcuno, perché altri ragazzi con cui mi alleno prediligono la terra al veloce, ed i coach costano cari. Ad organizzare i viaggi mi aiutano da casa per le prenotazioni e tutto, la mia famiglia resta un supporto indispensabile.

Dove pensi di dover migliorare, quali le difficoltà principali per il salto di qualità?
E' un insieme di cose, fisiche e mentali. A livello di tennis mi sento abbastanza a posto, ma fisicamente devo crescere. E insieme mentalmente, per reggere i ritmi più alti, mantenere l'intensità, entrare in campo libero di testa a giocarmi solo il match con l'avversario. Superato lo scatto tra Futures e Challenger te la puoi giocare con tanti altri.

Dopo tre anni intensi, non sono state troppe le soddisfazioni…
Come risultati no, ho fatto molti errori. Le pause mi hanno fatto perdere tempo, ho sbagliato in tante cose, non riuscendo a giocare libero. Ma sento che sto crescendo. La chiave è quella mentale, entrare in campo a giocarmi solo la partita, senza pensare ai sacrifici tuoi, della famiglia, alle rinunce, alle ore passate in aeroporto aspettando l'aereo che non arriva chattando col papà di notte… mi mettevo pressione da solo. Però umanamente il bilancio è positivo. Ho imparato a girare mondo, parlo le lingue straniere, mi sono formato come uomo. Continuerò con i tornei, la passione è tanta nonostante i sacrifici; ma il tennis potrà esser un ottimo strumento di lavoro: potrei entrare in qualche accademia come trainer, ho molti contatti, magari in America.

Nel poco tempo libero, cosa fai?
Sono un ragazzo tranquillo. Appena torno a casa sto in famiglia, poi vedo gli amici d'infanzia, che mi chiamano "il tennista"! Giochiamo a calcio, sono milanista. Poi come tutti i miei coetanei ho sempre l'Ipod e mi piacciono i videogames. Avevo una ragazza qua, ora non più. Ti manca la vita tranquilla della Versilia? Sì che mi manca, molto. Torno soprattutto per la famiglia che è tutto per me, ma ormai mi trovo bene anche in Umbria, dove ho amici e mi sento di casa.


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