MarcoMazzoni.com

Editoriali - Spacca palle

New Balls... invecchiano

20/11/2013

Bernard Tomic

La finale di Coppa Davis appena conclusa a Belgrado manda in archivio la stagione tennistica. L'insalatiera resta meritatamente a Praga, per la grande delusione di un Novak Djokovic imbattuto ma costretto ad assistere inerme allo show di Stepanek, che ha regalato il terzo e decisivo punto ai cechi. Il Grande tennis va in vacanza fino al 30 dicembre, quando a Brisbane l'ATP World Tour ripartirà ufficialmente. Inizia il momento dei bilanci, degli approfondimenti ed analisi sull'annata 2013, e anche sulle aspettative per il 2014. Con la stagione “off” da qua in avanti ne avremo il tempo. Da dove iniziare? Prendiamo spunto dalle dichiarazioni “bellicose” e forse anche un tantino strafottenti rilasciate da Bernard Tomic (che si dice certo di un ricambio generazionale entro un paio d'anni) per parlare proprio di 2013 & giovani. O meglio di quei giocatori già attivi da qualche stagione ma “ancora giovani”, le cosiddette “New Balls”, su cui risiedono le speranze di vedere reali alternative ai big attuali, per portare novità e freschezza ai vertici di un circuito maschile anchilosato da un bel po' sui soliti nomi.

Le speranze sono state deluse. Mi riferisco nello specifico a Milos Raonic, Jerzy Janowicz, Grigor Dimitrov, Bernard Tomic, e gli americani Ryan Harrison, Jack Sock e Denis Kudla (tutti e tre mestamente fuori dai top100 ATP di fine stagione). Quest'anno abbiamo assistito a momenti di crescita per alcuni di loro, conditi da qualche grande fiammata di breve durata; abbiamo visto conferme di gioco e risultati ottenuti nel 2012 per altri, e addirittura una discesa o una stasi totale per altri ancora. Nessuna crescita davvero virtuosa e dirompente, come si sperava un anno fa di questi tempi. Pochi, troppo pochi i segnali forti, le imprese o i match in cui si è visto un qualcosa di diverso da questi ragazzi classe '90 – '92, un qualcosa da farci pensare “ci siamo, stanno arrivando”. I numeri 2013 di queste “New Balls” non sono esaltanti, il vero ricambio generazionale al vertice è lontano dall'arrivare, se mai arriverà con questa classe d'età. Infatti visto che quelli davanti non sono poi così vecchi (Djokovic è un '87, come Murray; Nadal '86 e Del Potro '88), in molti iniziano a pensare che il vero ricambio potrebbe compiersi non con i nati nel periodo '90 - '93 ma con la classe seguente, quella dei '95 - '97, tra cui si segnalano a livello junior o per i primissimi risultati sul tour alcune racchette dotate di qualcosa di molto intrigante. Presto per far nomi, ma chissà che per una volta anche un italiano non possa entrare in questa nouvelle vague tennistica...

Tornando al 2013 di Raonic e soci, vediamo brevemente che cosa hanno combinato e dove stanno lacune, limiti e prospettive. In termini generali, l'aspetto più preoccupante è che nessuno di questi tennisti nella stagione appena conclusa ha compiuto uno scatto in avanti decisivo nel gioco, in un colpo o nel lato fisico - agonistico della prestazione; oppure si è vista una crescita a sprazzi, lampi troppo brevi per poter brindare al salto di qualità definitivo. Come se ci fosse una barriera davvero importante, molto difficile da abbattere.

Il gigante canadese Raonic si conferma il migliore di questa generazione, terminando il 2013 al numero 11 nel ranking (appena sotto il suo best di n.10 dell'agosto scorso) con due tornei vinti. Però alcuni dati non fanno gridare al successo pieno. Wimbledon è stata una cocente delusione, e negli Slam in generale non ha davvero brillato. Si è confermato piuttosto regolare contro i buoni giocatori ma poco incisivo contro i big. Infatti in stagione ha battuto solo 3 volte un top10 (Del Potro a Montreal, miglior torneo dell'anno con la finale raggiunta; Gasquet e Berdych a Bangkok), arrivando poche volte a sfidare i migliori, e perdendo nettamente in quelle occasioni. Inoltre Raonic aveva chiuso il 2012 al n.13, quindi solo due posizioni scalate, e anche nel 2012 aveva vinto due ATP 250. I numeri 2013 quindi parlano più di una conferma che di una crescita; tuttavia potrebbe essere stata la stagione della svolta. In primavera ha interrotto il suo rapporto con Blanco e dopo qualche torneo di prova è seguito da Ivan Ljubicic, alla prima esperienza come coach ma persona forse ideale a lavorare sul “materiale” di Milos. Infatti proprio Ljubo era un tennista con buonissime qualità ma più di un limite tecnico (dritto) e negli spostamenti. Con un lavoro mirato, di lungo periodo e grandissima applicazione, Ljubicic ha rafforzato i suoi punti di forza (servizio e rovescio), minimizzato quelli deboli e s'è issato al n.3 del ranking ATP, sotto la guida di Riccardo Piatti. Si vocifera che Piatti possa prima o poi affiancare Ljubicic, o almeno supervisionare il tutto dall'esterno, ma a parte questo Raonic potrebbe seguire proprio quella strada che fu vincente col croato. Anche lui ha nel servizio l'arma principale, ed un buonissimo diritto come colpo da fondo; deve invece migliorare nella gestione del match per poter usare al meglio queste armi e così coprire i punti deboli (rovescio e fase difensiva), e lavorare duramente per potenziare rovescio e rapidità negli spostamenti. Proprio Ljubicic l'estate scorsa ha raccontato come Raonic non abbia mai lavorato “bene” sulla velocità fine dei piedi, e che ponendosi obiettivi a medio - lungo termine possono arrivare miglioramenti e risultati importanti. Il 2014 ci dirà se questa strada è stata almeno imboccata, ma Milos non ha bisogno di un'altra stagione di conferme, piuttosto di un grande risultato in uno Slam (semifinale) e magari alcune vittorie su Djokovic e compagni. Vedremo.

Il polacco Janowicz è cresciuto leggermente in classifica rispetto a fine 2012 (+5 da 26 a 21), quindi anche la sua è stata una stagione più di consolidamento che di vera crescita. Nel suo caso però i numeri vanno saputi interpretare. Il 2013 di “Jurek” resterà impresso nella memoria per il suo Wimbledon clamoroso, dove ha raggiunto la semifinale (sconfitto in 4 tirati set dal futuro campione Murray), giocando con un piglio, sicurezza e sfrontatezza da giocatore vero, da tennista che ha una differenza di gioco e di personalità. Proprio quello che è mancato a Raonic, Dimitrov e gli altri. Inoltre Janowicz ha un paio di attenuanti a suo favore. Ha sofferto di problemi alla schiena in estate, che l'hanno non poco frenato in uno dei momenti più caldi e potenzialmente fertili della sua stagione, venendo dal traino fantastico dei Championships. Inoltre nel 2012 era esploso a Bercy “quasi dal nulla”, con alle spalle ancora pochissimo tennis di vertice e grandi sfide. Era lecito aspettarsi per lui un 2013 di passaggio, per materializzare nuove dimensioni agonistiche vissute nella favola di Bercy 2012 e assestarsi sull'altissimo livello. Quindi la sua stagione può dirsi positiva. Ha toccato il n.14 come best ranking in estate, e in vari match importanti contro grandi giocatori non si è tirato indietro, affrontandoli con il piglio del campione e costringendo Federer, Ferrer e Nadal a produrre il miglior tennis per superarlo. Dei ragazzi della sua generazione è sicuramente quello con più fuoco dentro, con l'animo del campione e con mezzi importanti. Mai visto un gigante di due metri muoversi così bene; pochi hanno nel tour un servizio così decisivo ed un gioco così estremo e particolare da mandare totalmente all'aria i piani di qualsiasi top player. Se la salute atletica l'assisterà, nel 2014 potrebbe essere davvero lui il candidato più serio ad entrare di forza tra i grandi. L'unica riserva che ho per il suo definitivo salto di qualità è che nel tennis di oggi serve una continuità di prestazione e di risultati pazzesca per issarsi al vertice, e ancor più per restarci. Il tennis adrenalinico e vulcanico del polacco è sorretto forse da troppa tensione agonistica e poca sicurezza. Per dare il suo meglio deve creare scompiglio, giocare al limite e sempre sui nervi. Un tennis difficilissimo e molto logorante sul piano mentale. Più facile quindi che Janowicz possa compiere tra qualche anno un'impresa assoluta (Wimbledon?), ma che non riesca a restare sempre al vertice. Bruciando così tante energie fisiche e soprattutto mentali potrebbe soffrire di ampi periodi bui, ripercorrendo in parte le carriere di Safin o Ivanisevic. Di sicuro con lui in campo non ci si annoia mai, e questo è già un successo.

Su Dimitrov ho scritto più volte recentemente su questi schermi, quindi non mi dilungherò molto. I numeri dicono che “è cresciuto”, passando nel ranking da n.48 a n.23. Sarà per la bellezza del suo tennis classico, sarà che si porta sulle spalle le “pesanti” aspettative dei milioni di fans di Federer... ma si sperava qualcosa di più, soprattutto negli Slam dove ha solo deluso. Dopo una primavera su terra molto buona, tra Madrid e Monte Carlo, è totalmente mancato in estate, anche su quell'erba che pare fatta apposta per esaltare il suo tennis. S'è ripreso a fine stagione, vincendo a Stoccolma il suo primo torneo, e iniziando una collaborazione con Rasheed, dopo aver mollato l'accademia svedese di Norman che tanto e bene aveva lavorato su di lui. Sarà determinante vedere con che piglio affronterà la preparazione fisica in inverno e se proverà qualche novità sul piano tattico. La paura è che possa snaturare il suo tennis seguendo la scia negativa che Rasheed (se sarà confermato anche nel 2014, non è ancora sicuro) ha testato con Tsonga, uscendone respinto con perdite. Chiaro che la lacuna principale di Dimitrov sia proprio nella continuità della prestazione, visto che nel 2013 sono stati proprio i troppi alti e bassi ad averlo penalizzato, con tornei davvero miseri per qualità di gioco; però cercare di imbrigliare la completezza tecnica e fantasia del suo tennis in un game plan troppo rigido e ancorato sulla consistenza (che non sarà mai il suo punto forte) è un rischio molto alto. Non facile prevedere che ne sarà di lui nel 2014, ma forse l'atteggiamento più corretto è quello di rivedere al ribasso le stime sul suo potenziale. Che sia lui a stupirci, diventando più solido e vincente, e non solo il manifesto di come sprecare un grande potenziale fermandosi ad un effimero campionario di bellezza stilistica.

L'australiano Tomic ha dato il “la” a questa mia analisi sui giovani, ...ma di un'analisi molto approfondita sul piano mentale avrebbe bisogno proprio lui! Si è distinto in stagione per una serie di fatti e fattacci per nulla idilliaci, incluse le perle del rissoso ed ingombrante padre, che è certamente un freno notevole alla sua esplosione. Nel 2013 sono stati ben pochi i momenti alti, tanto che in classifica è rimasto dov'era a fine 2012 giocando ben 26 tornei, non pochi. Disastroso. Irritante. Inquietante. Sfogliate pure un buon vocabolario tipo Treccani o similia, e suggerite altri aggettivi grotteschi, ma che siano “graffianti” per essere associati alla misere prestazioni di Tomic viste nella stagione appena chiusa. Eppure era partito anche bene, vincendo a Sydney in gennaio. Poi la prima sculacciata era arrivata da Re Federer agli Australian Open, giustificata dall'arroganza di Bernard che era arrivato a dichiarare nei primi giorni dello Slam casalingo “Giocherò contro Federer al terzo turno? Se lui ci arriva sì...”. Una strafottenza che fece entrare in campo Roger con lo sguardo più cupo del solito, concentrato come in una finale a randellare sprazzi del suo miglior tennis per ammonire i bollenti spiriti dell'incauto rivale. Un match che poteva essere una lezione anche positiva, ma che invece non è servita a molto, né sul piano mentale, né su quello tecnico. Bernard è davvero uno dei talenti più interessanti del circuito, un potenziale crack. La sua tecnica molto particolare intriga, lascia spazio a possibili meraviglie, così lontana dai canoni del tennis moderno, dominato da eccessi di rotazione e dalla spinta a tutta col dritto. Tomic è tutt'altro. E' un ragazzone che di rovescio sa disegnare il campo, usando il back in modo perfido per il rivale. Porta il dritto in modo assolutamente personale, con un'apertura minima ed un tempo sulla palla così buono da permettergli di accelerare in un “amen”, sfruttando ogni minima energia della palla incidente e trovando angoli balisticamente misteriosi. La sua miglior qualità è il modo in cui cambia il ritmo, un po' come fa il Murray doc, capace di addormentare uno scambio ed uscirne all'improvviso con un'accelerazione improvvisa; e la zampata di Bernard in quei casi è ancor più clamorosa e violenta di quella dello scozzese. In un tennis dominato da giocatori fatti con lo stampino, l'arrivo di Tomic al massimo livello sarebbe una manna per il potenziale di spettacolo che potrebbe portare, e anche per il paese da cui viene, forse quello percentualmente a maggior passione tennistica al mondo. Peccato che questa descrizione di meraviglie tennistiche sia solo al condizionale, visto che le qualità del suo gioco sono mortificate da un atteggiamento scostante, che passa dal remissivo all'eccessivo in pochi minuti. Impossibile produrre buon tennis e vincere anche contro un Ramos qualsiasi trascinandosi per il campo stancamente, rendendo la lentezza delle sue gambe (a volte solo apparente) irrimediabile. Il tutto abbinata a zero lucidità, a zero capacità di soffrire e di reagire in campo alle prime avversità. Un esempio? Proprio il match contro Ramos agli US Open, poi alla fine vinto in modo rocambolesco. Il buon mancino iberico ha servito per tutto il match 9 palle su 10 da sinistra slice ad uscire, ma dopo oltre 3 ore di gioco l'aussie continuava a farsi sorprendere dalla curva esterna, con risposte tirate fuori o così docili da regalare di fatto il punto al rivale. Ancor più grave perché proprio il rovescio è il colpo potenzialmente più forte, sensibile e versatile di Tomic. Disastro totale. La psicanalisi ci insegna che un padre troppo invadente è castrante in modo assoluto per un giovane uomo, che finisce per subire la situazione sviluppando un carattere scostante e controverso. Ma il suo talento così interessante e la sua diversità tecnica meriterebbero miglior sorte e potrebbero rappresentare quella ventata di novità che serve molto al tennis di vertice. Sarebbe un delitto perdere un talento come quello di Tomic, ma è difficile essere ottimista sul suo 2014. Nel caos in cui vive (familiare, tecnico, agonistico) avrebbe bisogno di prendere un pezzo per volta, cercando di incastrarlo con pazienza. Non facile.

Non molto da dire sui giovani statunitensi Harrison, Sock e Kudla, accomunati non solo dal passaporto ma anche da limiti e, ahimè, prospettive. Sono lo specchio di un movimento che non è riuscito ad evolversi, producendo giocatori con evidenti limiti tecnici (grandi picchiatori di dritto, ma zero versatili e con troppe lacune tecniche) per esplodere ai massimi livelli. Grandi servizi, dritti devastanti, ma appena l'avversario riesce a muoverli o sporcare la palla vanno in totale confusione tirando tutto a mille, e fuori. Il tennis è diventato sport sempre più complesso, dove la continuità e la capacità di reggere lunghi scambi in progressione è il vero winner. L'impostazione del gioco di Harrison e compagni è troppo ancorata a schermi diventati obsoleti, potenzialmente vincenti solo quando si è in controllo; contro atleti formidabili come quelli che mediamente popolano oggi il tour e con tanti cementi “lenti” non è abbastanza, e la loro classifica fuori dai top100 è lì impietosamente a testimoniarlo. Possono certamente migliorare con l'esperienza, ma difficilmente potranno acquisire quella flessibilità tattica e duttilità oggi necessaria ad emergere ad altissimo livello.

In chiusura meritano una piccola menzione due giocatori non così giovani ma piuttosto nuovi, e che nel 2013 sono esplosi a buonissimi livelli: il francese Paire ed il canadese Pospisil. Classe '89 il primo e '90 il secondo, hanno vissuto nel 2013 la loro prima stagione importante. Non saranno probabilmente dei “crack” da semifinale Slam o vittoria in un Master 1000, ma con loro in campo si assiste ad un tennis vario, offensivo, ricco di adrenalina, ed il divertimento è assicurato.

In conclusione, le New Balls hanno potenziale per salire e magari diventare dei campioni, ma la distanza attuale tra i top player e tutti gli altri (New Balls incluse) pare ancora ampia; soprattutto perché la barriera da infrangere non deriva da condizioni tecniche o tattiche ma principalmente dalla capacità dei primissimi di giocare con assoluta continuità. Le chiavi sono grande fisico, grande consistenza, grande capacità di mantenere altissimo il livello di gioco, con costanza e ritmi disumani. La differenza si fa più con la forza e la continuità di prestazione che con la classe o con un colpo super, i numeri dicono chiaramente questo, e le New Balls iniziano “ad invecchiare” nella speranza di farcela. Vero che il momento in cui un tennista ottiene il meglio si è spostato in avanti, ma il tempo passa e magari nuovi treni arriveranno da dietro. Allora occhio al ceco Jiri Vesely, classe 1993, che con piccoli passi è diventato n.84 questa settimana. Oltre alla classifica interessante, è il miglior prodotto della scuola ceca (la migliore al mondo) e dotato di mezzi fisici e tecnici straordinari per il tennis moderno. Sarà lui la novità del 2014, pronto a mettere la freccia sugli altri?


Articolo pubblicato in esclusiva su Livetennis.it


Home | E.mail
Tennis HP