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Editoriali - Spacca palle

“Caso Jaziri”, politica e religione umiliano lo sport

16/10/2013

Malek Jaziri

La politica è una “brutta bestia”. Massimo rispetto per chi si appassiona ai temi dell'arte dell'amministrare, ma quel mondo è molto distante dalle mie corde. Preferisco di gran lunga vivere e raccontare lo sport, che riesce a parlare alla gente con un linguaggio più poetico e sottile, che riesce ancora a regalare sogni ed emozioni. Quando la politica si estremizza fondandosi su intolleranza, dogmi religiosi e razziali, il mix diventa esplosivo, e molto molto pericoloso; e quando quel mix perverso contamina anche lo sport, la faccenda diventa complessa e assai triste, andando a macchiare un mondo che dovrebbe essere libero, indipendente dalle brutture del vivere.

Di fronte a questi “mostri” non ci sono isole felici. Nemmeno il nostro amato tennis. Già in passato lo sport della racchetta è stato toccato da situazioni in cui una politica drogata da intolleranza e odio ha generato situazioni difficili. La scorsa settimana è scoppiato un “caso” che ha coinvolto il tennista Malek Jaziri. La notizia è nota, ma proviamo a capire qualcosa di più.

Al ricco Challenger di Tashkent in Uzbekistan il tunisino Jaziri (n. 169 del ranking ATP) non si presenta per il match di quarti di finale, in cui doveva sfidare Amir Weintraub, tennista israeliano. Motivo del ritiro: problema al ginocchio (tanto per cambiare...). Ma la bugia ha le gambe cortissime, il tam tam inizia subito, confermato dal fratello e manager di Jaziri: al tunisino è stato imposto di non giocare “dall'alto”, poiché la Tunisia non vuole alcun tipo di rapporto, nemmeno sportivo, con Israele, paese colpevole della condizione inaccettabile in cui versa il popolo palestinese. Andando a scavare tra le fonti (grazie anche al risalto avuto sui media nord africani), la faccenda ha più di un lato oscuro. Infatti la federazione tunisina per bocca di Selma Mouehli dice di aver inviato una email a Jaziri, in cui si obbligava il tesserato a non giocare quella partita, anche se la decisione porterà a probabili sanzioni da parte dell'ITF; il fratello di Malek ha smentito in un'intervista radio che questa email sia mai arrivata, ed ha chiesto spiegazioni e l'invio di un fax o di una comunicazione scritta che certifichi l'imposizione – carta da poter usare in una futura difesa di fronte agli organi internazionali del tennis, in modo da “alleggerire” la posizione diretta di Jaziri. Non è certo che il “pezzo di carta” o elettronico sia davvero arrivato, le fonti sono contraddittorie; quel che è certo è che si sia mosso addirittura il governo tunisino, che insieme al ministero nazionale per lo sport ha posto il veto a Jaziri di scendere in campo. Di fronte a questa prova di forza, Jaziri ha chinato il capo, assecondando l'assurda (dal punto di vista sportivo) richiesta del suo paese, non giocando il match contro Weintraub. Chi lo conosce ha affermato di esser certo che Malek l'abbia presa malissimo, che avrebbe voluto giocare quella maledetta partita. Tuttavia è facile intuire i motivi che l'hanno spinto al ritiro: i timori di possibili ritorsioni personali in patria, visto che Democrazia da quelle parti è una parola un tantino sbiadita nonostante la recente rivoluzione e le libere elezioni; in caso avesse giocato, la certezza di perdere gli aiuti economici che il tennista riceve dalla federazione tunisina per sostenere l'attività professionistica, denari a cui non può rinunciare per andare avanti visti gli insufficienti prize money guadagnati (è stato anche n.69 al mondo, classifica più che discreta, ma per un lasso di tempo insufficiente per permettergli di accumulare risorse a lungo termine).

L'ITF si è già mossa: Nick Imison (uno dei portavoce del massimo organo tennistico mondiale) ha dichiarato di aver già inviato una richiesta formale di spiegazioni alla federazione tunisina, perché “lo sport deve esser un mezzo che aiuti la collaborazione e le relazioni positive tra i popoli e nazioni, con tutti i tesserati che devono essere liberi di competere in ogni evento e contro ogni avversario. Qualora una federazione impedisca questo, agisce contro i valori etici ed i regolamenti della ITF”. Tra l'altro questo caso pare del tutto inedito alla giurisprudenza di settore, quindi non è ancora chiaro cosa rischia Jaziri nello specifico a livello disciplinare: sospensione dal circuito? Multa salata? Più defilata la posizione dell'ATP (...strano, vero?), ecco le parole del portavoce Simon Higson: “Conosciamo i fatti, ma c'è una differenza tra i rapporti che riguardano ATP e tennisti e quelli tra ITF e federazioni affiliate. Stiamo procedendo alle nostre verifiche, in accordo con la ITF”. Insomma, l'ATP difficilmente farà la voce grossa, lasciando all'ITF il ruolo di inquisitore (quando mai l'ATP ha davvero preso in mano i casi più spinosi, dalla lotta al doping in giù?).

La vicenda a noi può apparire lontana, indefinita, più interessati agli exploit e sconfitte di Fognini, al clamoroso ritorno di Nadal al vertice del tennis, oppure al declino di Federer; ma invece è di una gravità assoluta sul piano etico, sportivo e politico, e tocca un giocatore che in patria non è semisconosciuto ma un eroe nazionale. Jaziri è protagonista sui media nazionali, che parlano diffusamente dei suoi risultati, ma anche uomo immagine in promozioni di ogni tipo, volto di una Tunisia “forte e vincente”, ad alimentare una base di appassionati di tennis ancora piccola ma in grande fermento. Infatti prima che la “Primavera araba” spazzasse via i governi di tutto il Nord Africa due anni e mezzo fa, in Tunisia si era investito non poco sul tennis. Si era rinnovato l'intero settore tecnico, con a capo un noto e stimato coach italiano (Luca Appino, costretto a lasciare all'aggravarsi della situazione politica) che aveva portato cultura tennistica e sportiva, e metodologie moderne di lavoro, elevando di brutto il livello del tennis nazionale, soprattutto tra i giovani. Un lavoro ben orchestrato che ha portato subito grandissimi risultati, come la crescita di Jaziri e soprattutto la vittoria al Roland Garros junior 2011 di Ons Jabeur, ragazza classe 1994. Proprio quest'ultima è stata protagonista (o vittima) di un episodio non così diverso da quello di Jaziri allo scorso torneo di Baku. In vantaggio per 6-3 4-1 contro la Linette, Ons si ritirò improvvisamente per un problema alla caviglia, a sua detta così grave da rendere molto probabile un intervento chirurgico, mettendo così a forte rischio la presenza agli Us Open, …a cui però partecipò regolarmente, senza esser passata per alcuna sala operatoria. Il vero motivo? Battuta la Linette, avrebbe dovuto giocare contro la israeliana Peer. Adesso è tutto più chiaro... La situazione ed il nervosismo sul tema pare serpeggi da un po' sul tour, tanto che proprio Jaziri informalmente disse di temere il sorteggio dei tornei a cui prende parte insieme a Dudi Sela (israeliano), sperando di capitare dall'altra parte del draw.

Non solo il tennis è stato sporcato da questi diktat politici. Agli ultimi mondiali di scherma di Catania, l'atleta tunisina Sarra Besbes si rifiutò per motivi analoghi di incrociare la spada contro l’israeliana Noam Mills. Situazioni grottesche, quando semmai lo spirito agonistico spronerebbe a giocare l'incontro con il massimo vigore per vincerlo alla grande, in modo da superare sportivamente gli “odiati” rivali. A contribuire all'aspetto paradossale della vicenda tennistica il fatto che Jaziri e Weintraub siano stati compagni di squadra nella serie A francese dal 2010, difendendo i colori dello stesso club, il Sarcelles, giocando anche qualche doppio insieme (l'ultimo quasi un anno fa), e quindi possono dire di essere più che colleghi, quasi amici. Forse la cosa è sfuggita alla “gestapo” tunisina... Altro che “primavera araba” = libertà. Almeno nei rapporti internazionali le cose non sono cambiate affatto in meglio. A breve l'ITF dirà la sua sul caso Jaziri, quasi sicuramente decretando una squalifica al giocatore e qualche tipo di sanzione alla federtennis tunisina, ma gli effetti di questo fattaccio si faranno sentire anche a lungo termine sul futuro di Malek, e chissà, magari anche sulla promettente Jabeur. Purtroppo molti altri stati del mondo arabo, sempre più afflitti dalla piaga del fondamentalismo religioso, non se la passano molto meglio. Come abituati alla vita dura sono gli atleti di Israele, spesso osteggiati in molti campionati a squadre o mal visti in ambienti sportivi e non. Noto il caso che coinvolse Shahar Peer a Dubai nel 2009, quando era tra le top20 al mondo e le fu negato il visto per giocare il torneo; quel fatto ebbe un eco così importante, compreso il sostegno di quasi tutte le top players (Williams in testa) che l'anno seguente la Peer fu riammessa con tutti gli onori, e riuscì a giocare il torneo anche se “blindata” da una security ferrea per paura di sommosse o dell'attentatore isolato.

Va inoltre sottolineato come per gli atleti di Israele sia davvero difficile esprimere il meglio in uno sport come il tennis che ti costringe a viaggiare moltissimo già da teenager, per colpa dei molti vincoli che lo stato impone, primo tra tutti una durissima e lunga leva militare (tre anni!!!), fattori che hanno penalizzato pesantemente tennisti promettenti come Harel Levy. Shlomo Glickstein, ex ottimo giocatore israeliano e oggi a capo della federazione del suo paese, è conscio di questi problemi, e considera molto complicato per i suoi ragazzi dare il meglio, ancor più in un clima da allerta perenne che coinvolge anche i tennisti, in patria e fuori. Tuttavia considerando l'altra faccia della medaglia, si può aggiungere che di tennisti palestinesi praticamente non c'è traccia, eccetto lo sporadico caso di Dunja Imran Al-Sous, prima ragazza riuscita ad emergere dalla Palestina e attiva sul circuito universitario Usa. Se passate sul sito ufficiale dell'ATP, andando a vedere il ranking per nazioni, la Palestina proprio non figura nella lista dei paesi... Esiste la Palestinian Tennis Association (anche affiliata alla ITF e alla lega asiatica), ma con mezzi e risorse marginali a qualsiasi tipo di supporto verso il professionismo. Del resto a Gaza e dintorni è proprio dura tirare avanti, altro che Ace e dritti vincenti...

Anche in altre parti del mondo politica e veti religiosi hanno reso difficile portare avanti la carriera tennistica. Il caso forse più eclatante è quello di Sania Mirza, bella tennista indiana che ottenne ottimi risultati arrivando al n.27 della classifica WTA nel 2007, e che ha vissuto piuttosto pericolosamente alcuni anni della sua vita sportiva. Infatti prima fu colpita dall'anatema islamico per la sua condotta “immorale”, visto che per giocare a tennis era costretta a mostrare le proprie gambe (sic); quindi per aver girato uno spot promozionale assolutamente pacifico di fronte ad un luogo ritenuto sacro in India; infine, divenuta una star, per aver “sfidato” il suo paese sposando il campione di cricket pachistano Shoaib Malik, andando se possibile a fomentare ancor più l'odio secolare tra i due stati. Pochi anni dopo il tennis ha riprovato a tendere la mano tra i due popoli, con il mitico doppio formato dall'indiano Bopanna ed il pachistano Qureshi, ma le tensioni restano all'ordine del giorno.

Purtroppo intolleranza e fondamentalismi religiosi non aiutano nessuno, e non guardano in faccia a nessuno. Non è questo il luogo per esprimere giudizi politici e di morale, o per parlare diffusamente degli atavici problemi sociali che affliggono soprattutto le donne nate sotto i regimi islamici. Donne impedite anche nelle più umili dignità, per le quali lo sport è considerato attività sovversiva poiché le rende forti, libere, fuori dal controllo di chi le vorrebbe comandare e sottomettere. Ma è giusto sottolineare come il tennis sia visto come uno sport terribilmente pericoloso e “rivoluzionario” in aree del mondo chiuse in regimi religiosi, ancorate al proprio medioevo. Infatti il tennista è di per sé uno sportivo libero, perché per competere deve viaggiare, quindi conoscere, imparare facendo esperienze in prima persona, senza il filtro che può venire da uno sport di squadra dove ci sono allenatori e dirigenti sempre presenti ed invadenti. Il tennista affronta e si confronta con persone di tutto il mondo, si apre naturalmente al mondo, diventando quindi una persona “forzosamente” cosmopolita; diventando anche una persona certamente migliore, perché con l'apertura al mondo si entra in contatto con realtà molto diverse, si conosce la diversità e si impara a rispettarla, arricchendosi interiormente e quindi acquistando un metro di giudizio diverso da quello che viene inculcato da un regime serrato a chiave. Per culture fondamentaliste ed ermetiche, il tennista potrebbe essere davvero una sorta di rivoluzionario.

Difficile fare un commento conclusivo alla vicenda Jaziri. Lo sport dovrebbe unire e non dividere, ma qua siamo di fronte a situazioni gravi e più grandi di noi, che purtroppo dobbiamo subire e commentare amaramente. Vie d'uscita a breve, sul piano sportivo, nessuna. L'unica speranza è che gli stati possano diventare sempre più laici, aperti al mondo, e usare al loro interno lo sport ed i suoi valori per costruire società democratiche e più sane. Purtroppo vedendo quel che c'è in giro, forse sarebbe più facile andare a piedi sulla luna.


Articolo pubblicato in esclusiva su Livetennis.it


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