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Editoriali - Spacca palle

Dimitrov, le promesse non mantenute

9/10/2013

Dimitrov

Era una fresca serata di primavera, esattamente 5 mesi fa, quando sulla terra (rossa) di Madrid un Dimitrov stellare batteva il n.1 del mondo Djokovic grazie ad un tennis stupendo, completo, veloce. Vincente. In tanti lo aspettavano nei grandissimi appuntamenti estivi per vederlo finalmente spiccare il volo, nella parte di stagione che pareva più adatta a lui: erba e cemento. E nei grandi Slam, dove “i grandi” fanno la voce grossa. Abbiamo aspettato invano. Foschi pensieri si insinuano in coloro che più credevano al suo potenziale, vedendolo oggi mentre si trascina per il campo al piccolo trotto, a fare “il compitino” senza mai accendersi, perdendo mestamente. Dov'è finito quel giocatore che a Monte Carlo metteva la testa avanti contro Nadal, o quello che volava a Madrid e che proprio su questi schermi avevamo magnificato dopo il clamoroso successo contro Novak? Dubbi che si trasformano in sudore freddo leggendo le ultime notizie che arrivano su di lui, inclusa l'intervista rilasciata pochi giorni fa in quel di Pechino al sito ufficiale dell'Atp, appena prima del 1000 di Shanghai. Non è possibile che un potenziale campione, uno che in tantissimi aspettano perché “ultimo testimone” di un tennis classico ed elegante, si dichiari soddisfatto del suo 2013, dicendo di aver raggiunto un ottimo livello di gioco e di aver compiuto un bel salto in avanti, pur con alti e bassi. Beh, visto che Grigor 12 mesi fa navigava fuori dai primi 50 del ranking, oggi che è dentro ai 30 (28 per la precisione questa settimana) può certo dire di esser migliorato. Ma si può ritenere soddisfacente una stagione in cui il nostro eroe ha perso quasi subito negli Slam e in cui dopo una primavera interessante i risultati sono calati notevolmente? E soprattutto si può considerare giusta la scelta di cambiare nuovamente coach e team di lavoro dopo una stagione in cui c'erano stati per mesi segnali di una crescita importante, buttando tutto all'aria, di nuovo?

Infatti la notizia più inquietante sul futuro di Dimitrov è la decisione di lasciare l'accademia svedese Good to Great Tennis, senza una vera motivazione tecnica, affermando: “Quando senti che qualcosa non va come vorresti vuol dire che è il tempo di cambiare... Quest'anno abbiamo lavorato su tantissimi aspetti, non uno in particolare, abbiamo provato molte cose nuove nel mio tennis, e lavorato tanto sul piano atletico, cosa che mi ha permesso di giocare più match in stagione. Sto cercando di migliorare la mia resistenza in campo, è un aspetto fondamentale nel tennis fisico di oggi”. Dichiarazioni per certi versi sconcertanti: dici di aver intrapreso una buona strada, di aver messo molte novità e tasselli importanti per comporre un puzzle vincente dopo tanti cambi rotta infruttuosi, e poi butti tutto a monte, ripartendo da capo? “So di aver cambiato molti coach in carriera, non lo posso negare... sto cercando la cosa migliore per me, e spero che la prossima esperienza possa andare meglio”. Errore. Qua vengono i nodi al pettine.

Con il lavoro svolto alla Good to Great Tennis con Tillstrom e Norman si erano visti segnali forti, quelli di una vera crescita a supportare un talento innato. Un'accademia di persone serie quella svedese, di tecnici competenti, che stanno facendo di Wawrinka un top10 e che seguivano anche Grigor in modo impeccabile, lavorando a 360° in un ambiente molto sereno e che lo stesso Dimitrov diceva essere ottimale per focalizzarsi sul tennis e dare una svolta alla sua carriera. Erano pochi mesi fa quando pensava questo e lo considerava il valore aggiunto, quello che stava facendo la differenza. Pare passato un secolo...

Lo scossone definitivo arriva via twitter lunedì scorso, quando il bulgaro annuncia a sorpresa il suo nuovo (anche se temporaneo) coach: “Roger (Rasheed) and I have agreed to spend some time in the short term to help me in the journey forward in preparation for 2014 and we both are looking forward to this collaboration”. L'inglese è più che comprensibile, assai meno la decisione, che personalmente ritengo pessima, forse una delle peggiori che potesse prendere. Rasheed si è seduto all'angolo di vari Pro, senza mai riuscire a lasciare un segno importante, a dare un'impronta al gioco e alla carriera di uno dei suoi assistiti. Recentemente ha lavorato con Monfils (troppo spesso rotto per esser giudicato) e poi con Tsonga. Proprio con quest'ultimo i risultati sono stati a dir poco negativi: ha cercato di imbrigliare l'esuberanza del francese in un gioco monocorde dal fondo, solido, senza quelle punte vincenti di folle adrenalina che hanno portato ai migliori risultati di Tsonga in passato. Vero che Dimitrov necessita di consistenza e lavoro duro in palestra, in questo il “palestrato” Rasheed potrebbe avere un senso... ma se il canovaccio sarà lo stesso visto con Tsonga, anche Grigor potrebbe rischiare di fare la stessa fine del francese, ossia snaturare il suo istinto in un piano tattico per niente funzionale alle sue potenzialità e qualità. Come castrare un puledro purosangue da corsa attaccandogli un barroccio da lavoro pesantissimo e dirgli “Su, tira...”. Semmai un coach che sta lavorando benissimo e che farebbe al caso di Dimitrov poteva essere l'ottimo Perlas, che ha cambiato in meglio routine di lavoro e tennis di Fognini, e che auguro al nostro di tenersi il più stretto possibile...

La triste sconfitta patita ieri contro Nishikori a Shanghai è lo specchio più fedele di come il tennis di Dimitrov abbia preso davvero una brutta piega. Quel giocatore che ad inizio stagione aveva lottato ad armi pari in finale contro Murray a Brisbane, o illuminato il cielo grigio del Principato vs Nadal pare un lontano e sbiadito ricordo. Nel gioco di Grigor è scomparsa quell'intensità, capacità di soffrire e lucidità che avevano fatto la differenza. Pare regredito, “un mezzo giocatore” capace di produrre balisticamente colpi molto belli ma in modo totalmente sporadico, confusionario, senza quel tessuto connettivo all'interno del suo gioco necessario dare consistenza e continuità alla prestazione. Il diritto scappa via, in risposta è meno preciso ed incisivo, le gambe sono meno veloci e arrivando in ritardo sul rovescio va in difficoltà. Quel back maligno che poteva essere un'arma letale è praticamente scomparso. Anche il servizio è meno incisivo, e non basta aggrapparsi alla prima per portare a casa un match contro un buon giocatore in un grande torneo. Tutto in pratica funziona peggio, come una macchina che si è inceppata, come un puzzle a buon punto improvvisamente buttato all'aria da un balzo di una gattina dispettosa (...o forse una gattona siberiana dagli occhi di ghiaccio?). Lacune troppo evidenti perché un qualsiasi buon coach le possa tollerare in silenzio, e chissà che sotto sotto l'improvvisa separazione dagli svedesi non derivi proprio da questa situazione. Eppure un tennista di assoluto talento ma così pieno di difetti come il Dimitrov attuale ha assolutamente bisogno di una guida, di una persona che riesca a dare una routine e un programma di lavoro per dare ordine al caos del suo tennis.

Proprio sulla questione coach si potrebbe aprire un dibattito ampio, e aperto a tanti possibili soluzioni visto che la strada verso il successo non è mai univoca. Ma nel caso di Dimitrov riporto le sagge parole di Ivan Ljubicic, da pochi mesi all'angolo di Milos Raonic, che racchiudono molto bene il mio pensiero in merito “alla questione coach” e al corretto modo di affrontare un lavoro con un Pro già strutturato ma ancora lontano dall'esprimere a pieno il suo potenziale. Eccone una sintesi: “Quando mi è stato proposto di lavorare con Milos Raonic, ho accettato con la prospettiva di iniziare un programma su di un arco di 3-4 anni. E' un periodo di tempo ragionevole e necessario a far vedere i frutti del lavoro. Quando ci sono delle basi da ricostruire non si inventa nulla in poche settimane; dare obiettivi certi e a lungo termine mette il giocatore nelle condizioni tecniche e mentali per affrontare bene il lavoro di tutti i giorni, senza l'ansia di voler a tutti i costi trovare subito il risultato dallo sforzo in allenamento. Non c'è alternativa, non esiste la bacchetta magica, e stravolgere tutto e subito e ogni volta non porta mai buoni risultati...”. Detto da lui credo ci si possa fidare, visto che Ivan è stato un giocatore che ha fondato la propria carriera su di un lavoro a lungo termine insieme ad un ottimo coach (Riccardo Piatti), che è riuscito trarre ogni stilla del talento del croato, arrivato al n.3 del mondo grazie a lavoro, programmazione e forte volontà, riuscendo ad esaltare le qualità e minimizzare i punti deboli. A vedere la condotta recente e meno recente di Dimitrov, che ha cambiato 5-6 coach in altrettanti anni, siamo davvero agli antipodi rispetto a questa vincente traiettoria di carriera; la stessa che hanno affrontato campioni come Nadal e molti altri, che sono partiti da lontano con obiettivi di lungo termine, lavorando con pazienza e cercando con lo stesso team di migliorare ogni stagione qualche aspetto del gioco. Consolidando nuove basi raggiunte e aggiungendo al momento giusto altri tasselli, a creare via via il miglior giocatore possibile. Lavoro di lungo termine. Consolidare. Continuità. Parole che paiono proprio non voler entrare nel vocabolario di Dimitrov, ...purtroppo insieme a Crescita, e Vittorie.

A volte dei matrimoni riescono male, anche sportivamente, ed è necessario cambiare. Ma quando non si ha mai la pazienza di aspettare i frutti del lavoro c'è qualcosa che non va. Un'inquietudine e insofferenza di carattere, forse propria di colui a cui è stato prospettato un futuro così roseo da aver annebbiato realistiche traiettorie di carriera; o al contrario, di colui che si è adagiato su di un buon vivere. Tutti sanno come il bulgaro stia vivendo una bella storia sentimentale con Maria Sharapova. Fortunatissimo, non c'è che dire... Però sportivamente forse un po' meno. Più che Mr. Dimitrov per tanti è Mr. “Sharapov”, e molte voci dal circuito dicono che il buon Grigor abbia deciso di mollare l'accademia di Norman per spostarsi in California, in modo da star più vicino a Maria, accettando quindi qualsiasi compromesso sul piano sportivo, magari sicuro di poter comunque ripartire, per l'ennesima volta. Allo scorso Roland Garros (per dire un torneo in cui lo scrivente era presente) il bulgaro era subissato nelle press conference dalle domande più assurde e mediamente stupide su Maria e sulla loro relazione, del tipo “Ma la mattina chi prepara la colazione di voi due?”. Tanto che quando gli presentai una domanda “tecnica” sgranò quasi gli occhi, incredulo che qualcuno si interessasse davvero al suo tennis... Altro episodio che ricordo distintamente e non mi piacque affatto fu la bruttissima sconfitta patita al Queen's (torneo che ha sempre giocato molto bene) contro Hewitt. Vero che l'Aussie sull'erba di Londra è una piccola enciclopedia, ma in una giornata freddissima e grigia Grigor pareva un gattino spaventato, totalmente inerme, che uscì dal campo sconfitto duramente ma col sorriso, vedendo Maria a bordo campo che lo incitava in un cappottone demodé. Se vuoi diventare qualcuno, dopo una sconfitta di quel tenere devi esser imbufalito, non contento per esser stato seguito a bordo campo dalla tua Super-morosa... Di sicuro distrazioni che non fanno bene, quando dici (o dicevi) di voler vincere degli Slam e diventare il n.1 del mondo.

A lui smentirmi, ma le promesse di primavera che avevamo raccontato non sono state mantenute, e tutto sembra mettersi maluccio, almeno sul piano sportivo. Poi magari il nostro eroe guarda dove si trova, cullato dal dolce clima della California e tra le braccia della sportiva più cliccata di ogni tempo. Forse in questo contesto idilliaco il sogno della coppa di Wimbledon sbiadisce un po'...e allo stesso tempo anche quello di molti amanti del tennis classico, che in lui vedevano più di una speranza.


Articolo pubblicato in esclusiva su Livetennis.it


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