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Editoriali - Spacca palle

Quando il doping brucia l'anima

25/09/2013

Marin Cilic

Parlare di tennis & doping è argomento delicato. Il più spinoso. Si entra in una sorta di “dungeon” per dirla all'inglese, un labirinto oscuro e intricato, pieno di trabocchetti, dubbi, misteri e sospetti. Un luogo tutt'altro che ameno, dove nessuno vorrebbe addentrarsi, sperando di uscirne (forse) vivo. Una sorta di limbo quasi virtuale, in cui si sussurrano enormità dietro le quinte senza mai riuscire a produrre prove certe, incluse sparate ad orologeria di Pro o ex Pro che poi vengono smentite, ridimensionate (McEnroe “ci usavano e drogavano con steroidi come cavalli...” per dirne una). Difficile, molto difficile parlare di questi argomenti scomodi. Eppure lo sport della racchetta è tutt'altro che vergine. Come ogni disciplina sportiva “universale”, diffusissima, molto ricca e alquanto faticosa, anche il tennis deve fare i conti con la chimica, con le ricerche estreme di chi usa scorciatoie per eccellere, vincere, guadagnare, creare miti che alimentano un giro vorticoso di denaro. E' sentimento comune che il doping sia molto avanti rispetto all'antidoping, anche solo per un motivo puramente regolamentare: è doping quello che le agenzie internazionali reputano come illecito, inserendolo in una lista di prodotti/tecniche non lecite. Tutto quello che ancora non si conosce - da tecniche di somministrazione, a farmaci, genetica e quant'altro, ossia le ultimissime novità di un “settore” in continuo fermento - è legale, perché “non in quella lista”.

Ma non è questo il momento per parlare di doping a 360°. E' la stretta attualità che ci costringe a commentare il tennis di alto livello sporcato dal doping. E' stata appena depositata la sentenza che squalifica Marin Cilic (ex top 10) per 9 mesi, positivo durante lo scorso torneo di Monaco di Baviera alla nikethamide, sostanza inclusa nella lista delle sostanze proibite dalla Wada. Pochi mesi fa il serbo Troicki era stato squalificato per 18 mesi, non per la positività ad un test ma per essersi rifiutato di consegnare un campione del suo sangue a Monte Carlo, facendo così scattare la pena. Due buoni, buonissimi tennisti squalificati, i migliori dai tempi degli argentini Mariano Puerta (finalista a Roland Garros 2005), Juan Ignacio Chela, Guillerlmo Coria e Guillermo Canas.

Diciamolo francamente, fuori dai denti. Il fatto che Cilic sia stato trovato positivo e quindi squalificato non ci farà passare nottate insonni. Non me ne vogliano i tifosi del croato, sicuramente ottima persona e tennista sempre corretto in campo, ma il suo tennis è lontano anni luce dal “bello”, da quel pizzico di magia che crea emozione o quell'adrenalina che ti fa amare il nostro sport come poche altre cose. Più o meno stesse sensazioni per il serbo Troicki, anche lui vittima delle maglie “incerte” dell'antidoping. Ma mettendo da parte il metro di giudizio meramente estetico, e riavvolgendo il nastro di tutta la faccenda doping esplosa ormai dalla scorsa estate, la cosa si fa parecchio seria. Grave e grottesca, e non solo per il reato contestato ai due atleti, che sconteranno la pena sulla propria pelle. E' il tennis che ne esce molto male, come immagine e credibilità di sistema.
Da quando a fine luglio uscì un clamoroso tam tam sulla stampa croata, che tirò fuori lo scoop di una positività di Cilic rilevata a maggio e quindi “nascosta” visto che il croato aveva giocato fino a Wimbledon, si è scritto di tutto e di più. Forse anche troppo, abusando del termine “Silent Ban”, ossia di una squalifica mascherata da un infortunio. Le acque hanno rotto gli argini e gli interventisti dell'antidoping si sono scatenati, andando a ripescare i tanti casi di campioni che improvvisamente si sono fermati, ufficialmente per problemi fisici (a partire dalla Bartoli subito dopo la vittoria a Wimbledon), oppure tornati subito vincenti “dopo gravi infortuni”. Qua i casi sarebbero tanti e toccano i veri leader del movimento, maschile e femminile. Si è fatta una confusione terrificante, e soprattutto una pessima pubblicità al nostro sport, alimentando odi e sospetti. Purtroppo il tennis, intenso come movimento al massimo livello (Atp), non ha certo aiutato a fare chiarezza ed è il primo sul banco degli imputati. Serve assolutamente uno scatto in avanti da parte di Itf e Atp nella gestione dell'antidoping e nella comunicazione con i media (e quindi con gli appassionati) di quel che succede a riguardo.
Come fa ad essere credibile uno sport come il tennis quando i loro campionissimi in tema di lotta al doping affermano uno il contrario dell'altro? Nadal continua a dirsi scocciato e tartassato da una marea di controlli; dall'altro lato Murray e Federer dicono che il tennis fa pochissimo, affermando di non esser stati controllati per mesi nel recente passato, e di dirsi stupiti per quanto sia indietro rispetto ad altri sport. Come mai non viene adottato un protocollo di passaporto biologico, come nel ciclismo, che non sarà la soluzione di tutti i mali ma certamente è un modo “serio” per provare ad affrontare il problema? Si sta parlando di adottarlo, ma ancora niente è certo.

In altre discipline gli sportivi trovati positivi non si lanciano in giustificazioni fantasiose (del bacio alla cocaina di Gasquet, ritenuto plausibile dall'Atp, ne vogliamo parlare?) come invece puntualmente fanno i pochissimi i tennisti “pizzicati” per difendersi. Cilic ha dichiarato di aver contratto la sostanza a sua insaputa, per colpa di una zolletta di glucosio comprata dalla madre in una farmacia di Monte Carlo, quindi una leggerezza. Versione puntualmente accettata dall'Atp che gli ha infatti ridotto la pena da 24 a 9 mesi. Ma perché ci sono voluti oltre 50 giorni affinché si arrivasse ad una sentenza certa dopo che il caso è venuto fuori grazie ad una soffiata alla stampa? Sarebbe davvero venuto fuori se non ci fosse stata la fuga di notizie? Dubbi come benzina sul fuoco di chi alimenta la teoria del complotto. Della serie, quanto il doping brucia l'anima... I lati oscuri sono alimentati proprio dalla lentezza dei controlli e dalla scarsa e lacunosa comunicazione degli organi ufficiali, che vogliono proteggere per chissà quale motivo la privacy di chi è “beccato”. Sarebbe molto più onesto, limpido e credibile avvertire subito tutti, accelerare al massimo i tempi delle contro analisi (alle Olimpiadi sono in grado di svolgere tutto in un paio di giorni...), sospendere il giocatore immediatamente fino alla sentenza, che deve arrivare necessariamente in tempi strettissimi.

Che credibilità ha uno sport in cui un tennista testa di serie a Wimbledon si ritira ufficialmente per problemi al ginocchio quando invece il vero motivo è una positività in corso di accertamento e sulla quale lui stesso mente spudoratamente? La stupenda biografia di Agassi “Open”, letta da moltissimi appassionati per il suo eccellente valore letterario, è lì che bussa maligna, con il racconto-confessione di Andre sul clamoroso insabbiamento della sua positività alla droga nel 1997; che fosse una sostanza ricreativa e non dopante in senso stretto poco importa, come si fa a “trattare” con uno sportivo quando ci sono regole antidoping teoricamente chiare e valide per tutti? Inoltre le sentenze di condanna sono quasi sempre piuttosto favorevoli per i colpevoli, con le attenuanti sempre accettate e pene ridotte (basta leggere le sentenze per capirlo...); passa quindi un messaggio del tutto contrario a quel rigore e fermezza di giudizio che sarebbe invece indispensabile per sanzionare chi sportivamente “ruba” e quindi far vedere che il sistema “funziona”. Lentezza delle procedure, pessima gestione dei tempi e della comunicazione. Questi i peccati originali su cui i boss del tennis devono assolutamente agire, in fretta, perché i sospetti di Silent Ban per doping siano fugati.

Purtroppo i sospetti su potenziali positività non emerse rimarranno sempre, almeno con lo stato attuale delle cose. Certe muscolature, a volte esplose all'improvviso, difficilmente resteranno ignorate. I tanti match che ostentano una combinazione incredibile di durata, durezza degli scambi e continuità della prestazione e della spinta, arrivata a livelli quasi disumani, sono sotto gli occhi di tutti. E per alcuni sono una sorta di “manifesto del doping” con racchetta. Per fugare questi cattivi pensieri non c'è comunicazione che tenga, purtroppo è una tendenza irrefrenabile di tutto lo sport mondiale ad estremizzare la prestazione sul lato fisico, a discapito della tecnica, con il dubbio che queste incredibili performance siano più frutto della scienza che non di un valore sportivo.

Eppure chi governa il tennis si è dimenticato che il nostro sport da questo punto di vista potrebbe essere non una vera e propria isola felice ma alquanto avvantaggiato rispetto ad altre discipline. Perché? Il tennis ha nel proprio DNA un antidoping sopraffino: l'essere nata come una disciplina in cui l'abilità tecnica prevaleva sulla prestazione fisica. Quel gruppetto di visionari inglesi che nell'800 inventò questo passatempo con racchetta lo immaginò come un gioco di destrezza, fatto per esaltare la capacità di toccare la palla e creare meraviglie balistiche, non come un braccio di ferro fisico a chi dura di più facendo sbagliare l'altro. Per queste amenità c'erano altri sport, più vigorosi, a scaldare gli animi di chi ama la rissa agonistica. Se si imponessero ai professionisti materiali diversi per rendere il gioco un filo più difficile invece di queste “corde + racchette” che perdonano tutto, con condizioni che premiano la differenza tecnica e l'abilità di tocco rispetto alla forza e resistenza, non solo si farebbe un regalo a chi ama un tennis antico ma si ridurrebbe l'importanza del lato fisico del gioco, allontanando molti spettri di brutture chimiche. Perché per fortuna la pillola che regala il tocco di McEnroe probabilmente non sarà mai inventata.


Articolo pubblicato in esclusiva su Livetennis.it


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