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un ricordo di Marco Pantani

29/06/2007
quadro su Pantani Parigi, città fascinosa, preziosa, eterna. Un agosto uggioso, spesso grigio e ventoso, accompagna il lento scorrere dell'estate 1998, anno di gloria per il ciclismo italiano. Io mi trovo ancora li, per passare alcuni giorni sereni, visitando la bellissima capitale francese. Non è la prima volta che vivo Parigi, ma ogni volta la trovo nuova, diversa. Ed anche la compagnia quest'anno è speciale per me, rendendo l'atmosfera parigina ancora più magica. La domenica mattina un giro nel parco di Versailles, reggia incantevole. Spira un vento insistente, nubi grigie corrono nel cielo minacciose, non facendo prevedere nulla di buono per il resto della giornata. Si cammina nel parco, in un verde perfetto, con geometrie lineari ed a tratti barocche. Nel laghetto tanti uccelli acquatici vanno lentamente, cibandosi di quel che trovano e della gentilezza di un bambino sorridente che porge loro qualcosa. Verso la fine della mattinata, s'impone un cambio di programma: andiamo sui Campi Elisi, sta per arrivare Marco in maglia gialla!!!

Nelle serate in albergo vedo gli ultimi sviluppi del Tour, che avevo avidamente seguito in Italia. Scalate vincenti, scatti furiosi, devastanti per i rivali. Non solo i quotidiani italiani che si trovano a Paris esaltano le gesta di Marco, ma anche i giornali francesi non parlano d'altro. L'Equipe esalta "l'elefantino", come lo chiamano qua, che infiamma le folle accorse sulle vette francesi quando scatta, quando rimonta, quando butta via il berretto ed alzandosi sui pedali detta legge. Con strappi improvvisi e violenti, tagliando le gambe non solo del tedesco Urlich ma di tutto il gruppo, scappa via, tante volte. La metro è affollata, temo di non arrivare in tempo per la passerella finale. Mi arrabbio, cerco una via alternativa, …un Taxi no, non ha senso, tutte le strade sono deviate, non arriveremo mai, dovevamo partire prima!?! Entriamo a fatica nel trenino, stipato. Scendiamo qua vai, un po' prima dei campi Elisi, meglio camminare un po'. Scelta azzeccata! Arrivando da lontano, mi gusto tutta l'atmosfera di questa grande carovana. Un caos giocoso, con urla ed applausi ad ogni passaggio del gruppo. Anche i francesi, degni eredi del sig Chauvin, paiono per una volta impazziti per le gesta quasi eroiche del nostro Marco, che spesso alza il braccio a salutare la folla che lo inneggia, quasi più che a casa nostra, pronta a riconoscere i meriti di questo piccolo grande uomo, che sui pedali sa regalare emozioni d'altri tempi. Il ciclismo, sport antico, che con il sudore e la passione sa ancora infiammare la gente semplice, che rivede nella fatica e nella salita la parabola di una vita spesso ingiusta, dura e complicata, che ti lascia da solo, proprio come in salita. In mezzo al calca più calca che abbia mai visto, attento a non perdere la mano della mia compagna di viaggio, scorgo accanto a me un bambino riccioluto, sorridente e festoso, con bandierina francese che inneggia a Pantanìììì, e con suo padre che lo solleva al passaggio degli atleti. Lui, ride di gioia, urla contento, sventolando quel vessillo patriottico in modo così semplice, come dovrebbe esser lo sport.

Marco vince, veste quella maglia gialla sul podio che sarà l'apice di una carriera interrotta in modo oscuro l'anno dopo, per una vicenda mai del tutto chiarita, che lo stroncherà in un vortice nero di droga e depressione, fino a condurlo ad una morte assurda, in una strana notte di San Valentino, il più triste che io ricordi. Amavo di Pantani il suo modo correre, la sue sfrontatezza di fronte non tanto ai rivali quando alla severa salita, il suo modo unico di strappare i rivali con scatti devastanti, improvvisi, che infiammavano le folle sulle rampe alpine. Un ragazzo all'apparenza semplice, ma dentro invece covava un fuoco sacro prima, e un furore poi che l'ha divorato e ce l'ha portato via, troppo presto. Di lui mi restano tante ore di ricordi in tv, e quel mezzo pomeriggio parigino, in cui mi sono sentito partecipe di un grande evento. E' dolce il ricordo di quel viaggio per me, per come l'ho vissuto in compagnia e per quella piccola grande gioia sportiva. A quasi 10 anni da quel giorno, ho ancora dentro di me l'emozione per quella vittoria e le foto nella mia mente di quella gente, così innamorata di uno sport che invece sta lentamente morendo, vittima di se stesso e di gente che non lo ama più, anche se dice di amarlo.






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